"Dal sacro Monte Kailash, nel Transhimalaya, oltre la linea delle piogge, discesi all'estremo del Capo Comorin, dove le acque di tre antichi mari si congiungono. Ed oggi so che in ambo gli estremi vi sono templi". (Miguel Serrano)

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Poesia

Clemens Brentano 1778-1842
Non odi come le fonti mormorano

Non odi come le fonti mormorano,
come stride il grillo non odi?
Silenzio, silenzio, stiamo in ascolto,
beato chi muore immerso nei sogni.
Beato chi si culla sulle nuvole,
la luna gli canta la ninnananna,
come beato spiccherà il volo
a chi il sogno muove l'ala,
e nell'azzurra distesa del cielo
astri come fiori coglie:
dormi, sogna, vola, presto
ti sveglierò, colmo di gioie.


Ezra Pound 1885-1872
Canto LXV

................................
With usura hath no man a house of good stone
each block cut smooth and well fitting
that delight might cover their face,

with usura

hath no man a painted paradise on his church wall
harpes et luthes
or where virgin receiveth message
and halo projects from incision,

with usura

seeth no man Gonzaga his heirs and his concubines
no picture is made to endure nor to live with
but it is made to sell and sell quickly

with usura, sin against nature,
is thy bread ever more of stale rags
is thy bread dry as paper,
with no mountain wheat, no strong flour

with usura the line grows thick

with usura is no clear demarcation
and no man can find site for his dwelling
Stone cutter is kept from his stone
weaver is kept from his loom

WITH USURA

wool comes not to market
sheep bringeth no gain with usura
Usura is a murrain, usura
blunteth the needle in the the maid's hand
and stoppeth the spinner's cunning. Pietro Lombardo
came not by usura
Duccio came not by usura
nor Pier della Francesca; Zuan Bellin' not by usura
nor was "La Callunia" painted.
Came not by usura Angelico; came not Ambrogio Praedis,
No church of cut stone signed: Adamo me fecit.
Not by usura St. Trophime

Not by usura St. Hilaire,

Usura rusteth the chisel
It rusteth the craft and the craftsman
It gnaweth the thread in the loom
None learneth to weave gold in her pattern;
Azure hath a canker by usura; cramoisi is unbroidered
Emerald findeth no Memling

Usura slayeth the child in the womb
It stayeth the young man's courting
It hath brought palsey to bed, lyeth
between the young bride and her bridegroom

CONTRA NATURAM

They have brought whores for Eleusis
Corpses are set to banquet

at behest of usura.
........................

TRADUZIONE

 ........................
Con Usura nessuno ha una solida casa
di pietra squadrata e liscia
per istoriarne la facciata,

con usura

non v’è chiesa con affreschi di paradiso
harpes et luz
e l’Annunciazione dell’Angelo
con le aureole sbalzate,

con usura

nessuno vede dei Gonzaga eredi e concubine
non si dipinge per tenersi arte
in casa, ma per vendere e vendere
presto e con profitto, peccato contro natura,
il tuo pane sarà straccio vieto
arido come carta,
senza segala né farina di grano duro,
usura appesantisce il tratto,
falsa i confini, con usura
nessuno trova residenza amena.
Si priva lo scalpellino della pietra,
il tessitore del telaio

CON USURA

la lana non giunge al mercato
e le pecore non rendono
peggio della peste è l’usura, spunta
l’ago in mano alle fanciulle
e confonde chi fila. Pietro Lombardo
non si fé con usura
Duccio non si fé con usura
né Pier della Francesca o Zuan Bellini
né fu la “Calunnia” dipinta con usura.
L’Angelico non si fé con usura, né Ambrogio de Praedis,
Nessuna chiesa di pietra viva firmata: Adamo me fecit.
Con usura non sorsero
Saint Trophime e Saint Hilaire,
Usura arrugginisce il cesello
arrugginisce arte e artigiano
tarla la tela nel telaio, non lascia tempo
per apprendere l’arte d’intessere oro nell’ordito;
l’azzurro s’incancrena con usura;
non si ricama in cremisi,
smeraldo non trova il suo Memling
Usura soffoca il figlio nel ventre
arresta il giovane drudo,
cede il letto a vecchi decrepiti,
si frappone tra i giovani sposi

CONTRO NATURA

Ad Eleusi han portato puttane
Carogne crapulano

ospiti d’usura
.........................

Rabindranath Tagore 1861-1941
L'angelo della morte

Oggi hai mandato l'angelo della morte
alla porta di casa mia;
portando la tua chiamata,
è venuto da quella a questa parte.

Nelle dense tenebre di questa notte,
con il mio cuore spaventato,
con la tua lampada in mano,
gli aprirò la porta e l'accoglierò.
Oggi hai mandato l'angelo della morte
alla porta di casa mia.

Mi prostrerò, con le mani giunte,
con le lacrime agli occhi, davanti a lui:
mi prostrerò dandogli
i tesori del mio spirito.

Egli, obbediente al tuo comando,
mi porterà all'aurora delle mie tenebre,
ed io, in mezzo al mondo vuoto,
offrirò a Te me stesso.
Oggi hai mandato l'angelo della morte
alla mia porta.

Vladimir Sergeevič Solov'ëv 1853-1900
Emanuele

Nell'ombra dei secoli si è ormai dileguata
quella notte in cui, stanca di male e di affanno,
la terra posò nelle braccia del cielo, e nel silenzio nacque
Dio-è-con-noi.

Molte cose oggi non sono, che erano possibili ieri:
i re più non scrutano il cielo,
e i pastori non ascoltano nel deserto
come gli angeli parlino del Signore.

Ma ciò che di eterno in quella notte fu rivelato
non può essere ormai più corrotto dal tempo;
e il Verbo nato in quell'evo remoto, sotto a una greppia,
ti rinasce nuovo nell’anima.

Sì – Dio è con noi: ma non già sotto l'azzurro padiglione,
non al di là dei confini dei mondi innumerevoli,
non nel perfido fuoco, e non nel fiato delle tempeste,
non chiuso nella sopita memoria dei secoli.

È qui Egli, adesso; e tra l'effimera vanità,
nel torrente torbido delle ansie della vita, tu possiedi
un segreto onnigioioso: – impotente è il male,
e eterni noi siamo: Dio è con noi.



Jorge Luis Borges 1899-1986
da "diciassette "Haiku"

Esiste o no
il sogno che smarrii
prima dell'alba?

¿Es o no es el sueño que olvidé
antes del alba?


Arturo Onofri 1885-1928
Zolla ritorna cosmo   91

Le tenebre non dettero accoglienza,
nel loro chiuso grembo, al verbo colmo,
che pensa mondi, anima luci, e suona
fuoco di volontà sacrificale
in membra sparse di uomini terreni.
Ma da quando Egli volle essere immerso
quaggiù dove si muore, e, qui risorto,
amò restare identico a noi stessi,
le tenebre femìnee della terra
lo accolgono entro il seno che ne tesse
corpi mortali, ove abita la gloria
imperitura della sua presenza.
Nel bozzolo del sangue edifichiamo
l'ali che s'apriranno ad ascoltarlo
nella musica piena del suo regno;
e saranno parole di fanciullo
melodianti a fior di labbra antiche,
saranno voci d'oro, liberate
al di là d'animali, alberi, pietre,
risoleggiando insù quella parola
ch'è la luce medesima onde nacque
ogni singola vita, anche se ignara.


Omar Kayyam 1048-1131

Gli amici più fidi e sinceri per sempre si sono perduti,
ai piedi di Morte caddero proni uno ad uno.
Lo stesso Vino bevemmo insieme alla mensa del Mondo,
una o due coppe prima di noi giacquero ebbri.

Christian Otto Josef Wolfgang Morgenstern 1871-1914

Da quante volte io ho già calpestato
il suolo di questa terra di sofferenze,
Da quante volte io ho già cambiato
tessuti di corpo e d'apparenze?

Da quante volte mi è stato donato
di venire in questo mondo e in quale guisa,
per ricominciare eternamente
pieno di speranza sempre nuova
ciò che a me importa?

L'onda si alza e presto ridiscende
(così senza riposo va la nostra vita);
essa non può lanciarsi in ripida altezza
senza che un declino verso il fondo
la ripieghi.

Rinaldo Küfferle 1903-1955
Ghirlanda

1.
Mentre tu crei, si celebra un mistero:
ogni ricordo, ogni presagio tace.
In chiuso cerchio gli attimi ristanno.

T'affisi là, dove l'umano affanno
è ricomposta, angelicata pace,
né più dei sensi langui prigioniero.

Fulgore insostenibile s'espande
e fluttua senza fondo e senza riva
al vertice dell'anima. La grande
luce s'addensa in una forma viva.

2.

Luce s'addensa in una forma viva
che infaticabilmente si trasmuta
e d'una in altra se stessa deriva.

La configurano incorporei gesti
d'artefici nascosti alla veduta
effimera. Non forse erano questi

i doni che al superstite promise
chi fra le stelle risalì leggiero?
Trascolora la luce in mille guise,
risuona, e si rifrange nel pensiero.

3.

Risuona, e si rifrange nel pensiero
la sostanza dell'opera nascente,
ancor sospesa fra la terra e il cielo:

meraviglioso fiore senza stelo,
dei tuoi giorni sofferti redolente
e di più alta vita messaggiero.

In te, uomo, si specchia il tuo passato
deterso già, quale agli Dei risulta,
e l'avvenire tuo prefigurato.
Epifania della bellezza occulta!

4.

Epifania della bellezza occulta
e della verità consolatrice!
Ne risfavilla l'anima e n'esulta.

Dolse pur dianzi in ogni cicatrice
la sua vita, avventandosi inconsulta
contro la sorte che ora benedice.

Le è reso in una gioia senza nome
il patimento, il verno in gloria estiva.
Lo spirito ora in lei s'accende come
raggio di sole in pura acqua sorgiva.

5.

Raggio di sole in pura acqua sorgiva
è il tremolio dell'ispirata forma
nel giuoco dei riverberi cangianti.

Puoi, contemplandola, ai fantasmi erranti
durevolmente imprimere la norma
della natura e far che il sogno viva.

Cosi il poeta la superna luce
nel chiuso tabernacolo consulta,
astro che nella buia anima luce,
pria che nel verso orma d'eterno sculta.

6.

Pria che nel verso orma d'eterno sculta
sia la sonora immagine apparita,
e l'anima, di sé fatta più adulta,

dal creatore spirito investita,
abbia dal grembo della zolla inculta
disprigionato il brio d'una fiorita,

vertiginosamente t'abbarbaglia
il vortice del lume sovrumano,
e mentre il folgorio gli occhi travaglia,
a volte, esita incerta la tua mano.

7.

A volte, esita incerta la tua mano
sulle corde ancor mute, e a quando a quando
ne dissuggella un preludiare vano.

Ruotano in alto melodie possenti,
e tu gemi, qual tronco venerando
sotto la furia giovane dei venti.

Intenso più che mai vibra nel cielo
del tuo concavo petto lo splendore,
ma te l'offusca un tempestoso velo:
oscure nebbie salgono dal cuore.

8.

Oscure nebbie salgono dal cuore,
commiste a cupe fiamme, a verdi lampi,
e tutto intorno ingombran l'orizzonte.

Fra il paradiso e te crollato è il ponte;
nei tumuli e nei rovi solo inciampi,
della tristezza tua vendemmiatore.

Speranze folli e sterili rimpianti
ti son risposta all'anelare umano.
O interminate, in nostalgia di canti,
notti d'attesa al bivio antelucano!

9.

Notti d'attesa al bivio antelucano,
passi perduti sopra ignote strade,
foreste che nereggiano lontano.

Uccelli strambi dagl'infausti lagni,
bagliore di meteora che cade
senza turbare il sonno degli stagni.

Un brivido ti serpe dentro l'ossa,
e sulle labbra la parola muore.
Di nuovo il sole i culmini, ecco, arrossa:
grazia su grazia nelle sacre aurore!

10.

Grazia su grazia nelle sacre aurore
largiscono al poeta gli Dei buoni:
l'oscurità s'illumina d'amore!

Torna a raggiare nel pensiero terso
l'iridescente forma in mille suoni,
e un'eco tu ne incanti ora nel verso.

Sul palpito del cuore e sopra l'onda
del tuo respiro lo scandisci intiero,
e fai che all'arte verità risponda.
Mentre tu crei, si celebra un mistero.

11.

Mentre tu crei, si celebra un mistero:
luce s'addensa in una forma viva,
risuona, e si rifrange nel pensiero.

Epifania della bellezza occulta!
Raggio di sole in pura acqua sorgiva,
pria che nel verso orma d'eterno sculta.

A volte, esita incerta la tua mano,
oscure nebbie salgono dal cuore.
Notti d'attesa al bivio antelucano,
grazia su grazia nelle sacre aurore!

Cesare Cuscianna
Siamo nati

Siamo nati
ma non qui

dove la vita si rivolta
come mattanza schiumosa
o dilava,
in maligne longevità.

La coglierò più tardi,
mentre la carne si ripiega
e verrà via, in minuscole scaglie.

Arturo Onofri 1885-1928
Aprirsi fiore XVII

L’anima che si spinge verso l’alto
del suo celeste fremito immortale
s’affranca dal suo carcere di smalto,
per aprirsi in un fiore, che trasale,
                    al raggio d’una grazia
                    che sola ormai la sazia.

E se non vuol da sé, schiuder se stessa
con l’energia che in lei freme assopita
rimane imprigionata entro la ressa
del sangue, che ne trae la propria vita,
                    serrandole ogni forza
                    nella sua propria scorza.

Ma quando volontà d’uomo è risorta
fino ad aprirsi in calici di fiore,
l’anima che gemeva fredda e smorta
sente su lei discendere il fulgore
                    del suo rinascere sempre
                    in rinnovate tempre.

Christian Otto Josef Wolfgang Morgenstern 1871-1914
Die Fusswaschung

Ich danke dir, du stummer Stein,
und neige mich zu dir hernieder:
Ich schulde dir mein Pfanzensein.
Ich danke euch, ihr Grund und Flor,
und buecke mich zu euch hernieder:
Ihr halft zum Tiere mir empor.
Ich danke euch, Stein, Kraut und Tier,
und beuge mich zu euch hernieder:
Ihr halft mir alle drei zu mir

Wir danken dir, du Menschenkind,
und lassen from uns von dir nieder:
weil dadurch, dass du bist, wir sind.

Es dankt aus aller Gottheit Ein(heit)
und aller Gottheit Vielfalt wieder.
In Dank verschlingt sich alles Sein.

La lavanda dei piedi

Io dico grazie a te, pietra silenziosa
e m’inchino davanti a te:
a te io devo il mio essere pianta.

Io dico grazie a voi terra e piante,
e mi chino davanti a voi:
voi mi aiutaste ad erigermi nel mio essere animale.

Io dico grazie a voi, pietra, erba e animale,
e mi inchino davanti a voi:
voi tutte mi aiutaste a divenire me stesso.

Noi ti ringraziamo, o figlio d’uomo
e ci abbassiamo devotamente davanti a te:
perché per il fatto che tu sei, noi esistiamo.

Un grazie viene dall’unità di tutta la divinità
e ancora dalla molteplicità della divinità.
Nel ringraziare s’intreccia tutto l’essere.

Georg Friedrich Philipp Freiherr von Hardenberg detto Novalis 1772-1801 
Inni alla Notte   IV

Ora so quando sarà l'ultimo mattino - quando la luce non mette più in fuga la notte e l'amore - quando eterno sarà il sonno e un solo sogno inesauribile. Celeste stanchezza sento in me. - Lungo e faticoso mi fu il pellegrinaggio alla tomba santa, grave la croce. Chi ha assaporato l'onda cristallina che, impercettibile ai sensi comuni, zampilla nel grembo oscuro del tumulo, ai cui piedi s'infrange il flutto terrestre, chi stette sopra le montagne all'estremo limite del mondo, e guardò di là, nella nuova terra, nella dimora della notte - costui davvero non torna al travaglio del mondo, alla terra dove la luce abita in eterna inquietudine. Lassù costruisce le sue capanne, capanne di pace, ardentemente desidera e ama, guarda al di là, finché la più gradita di tutte le ore non lo trascina giù, nella vena della fonte - dove galleggiano i residui terrestri, sospinti indietro dai turbini; ma ciò che sacro divenne al contatto d'amore, corre disciolto per tramiti oscuri alla sfera ultraterrena, dove si fonde, simile a vapore, con gli amori assopiti.

Ancora tu risvegli,
allegra luce,
lo stanco al lavoro - mi infondi
vita gioiosa -
però non mi attiri
lontano dal monumento
muscoso del ricordo.
Lieto voglio agitare
le mani operose,
guardarmi intorno, dovunque
tu avrai bisogno di me -
esaltare la piena
magnificenza del tuo splendore -
assiduamente perseguire
la bella concordanza
della tua opera ingegnosa -
lieto voglio osservare
il saggio cammino
del tuo potente orologio che splende -
scrutare l'equilibrio delle forze
e le norme
del giuoco prodigioso
degli spazi innumerevoli
e dei loro tempi.
Ma fedele il mio cuore
segreto rimane alla notte,
e a suo figlio, l'amore che crea.
Puoi tu mostrarmi un cuore
fedele in eterno?
Ha il tuo sole
occhi amici
che mi ravvisino?
e le tue stelle afferrano
la mia mano supplichevole?
Mi rendono in cambio
la tenera stretta
e la parola affettuosa?
Tu l'hai adornata
di colori e lievi contorni -
o fu lei che diede
significato più alto e più caro
alla tua grazia?
Quale voluttà,
quale godimento offre la tua vita,
che in fascino equivalgano
ai rapimenti della morte?
Non porta i colori della notte
tutto quanto ci esalta?
Lei ti porta
maternamente,
e tu le devi tutta la tua gloria.
Svaniresti in te stessa -
nell'infinito spazio
ti sperderesti,
se lei non ti tenesse,
né ti serrasse,
così che calda, accesa,
con la tua fiamma generassi il mondo.
Veramente ero prima che tu fossi -
la madre mi inviava ad abitare
coi miei fratelli il tuo mondo,
a consacrarlo con l'amore,
perché fosse un monumento
da contemplarsi in eterno -
e a trapiantarvi fiori
che non appassiranno.
Non sono ancora maturati
questi pensieri divini -
E sono ancora scarse le tracce
della nostra rivelazione -
Un giorno il tuo quadrante segnerà
la fine del tempo,
quando una nostra eguale,
o luce, tu sarai;
piena di nostalgia, di fervore
ti spegnerai e morirai.
Sento in me
la fine dell'opera tua laboriosa -
libertà celeste,
ritorno beato.
In selvaggi dolori
riconosco la tua lontananza
dalla nostra patria,
la tua riluttanza all'antico
splendido cielo.
La tua furia e il tuo sdegno sono vani.
Indistruttibile
sta la croce -
vittoriosa insegna
della nostra stirpe.
Mi libro al di là
ed ogni mia pena
sarà uno stimolo
di ebbrezza eterna.
Tra poco libero
sarò da catene,
giacerò inebriato
nel grembo d'amore.
In me vita ondeggia
potente, infinita:
io guardo dall'alto
laggiù, verso te.
Si spegne il tuo vivo
fulgore sul colle -
ed un'ombra porta
la fresca corona.
Aspirami in te,
o amato, con forza,
perché mi addormenti
e impari ad amare.
Sento in me della morte
l'onda che fa giovani,
in balsamo ed etere
si muta il mio sangue -
Io vivo di giorno
con fede e coraggio
e muoio le notti
in ardore sacro.

Gabriele d'Annunzio 1863-1938
Lucca

Tu vedi lunge gli oliveti grigi
che vaporano il viso ai poggi, o Serchio,
e la città dall’arborato cerchio,
ove dorme la donna del Guinigi.

Ora dorme la bianca fiordaligi
chiusa ne’ panni, stesa in sul coperchio
del bel sepolcro; e tu l’avesti a specchio
forse, ebbe la tua riva i suoi vestigi.

Ma oggi non Ilaria del Carretto
signoreggia la terra che tu bagni,
o Serchio, sì fra gli arbori di Lucca

rosso vestito e fosco nell’aspetto
un pellegrino dagli occhi grifagni
il qual sorride a non so che Gentucca.

(Laudi,II Elettra)

Salvatore Quasimodo
Davanti al simulacro d’Ilaria del Carretto

Sotto la terra luna già i tuoi colli,
lungo il Serchio fanciulle in vesti rosse
e turchine si muovono leggere.
Così al tuo dolce tempo, cara; e Sirio
perde colore, e ogni ora s’allontana,
e il gabbiano s’infuria sulle spiagge
derelitte. Gli amanti vanno lieti
nell’aria di settembre, i loro gesti
accompagnano ombre di parole
che conosci. Non hanno pietà; e tu
tenuta dalla terra, che lamenti?
Sei qui rimasta sola. Il mio sussulto
forse è il tuo, uguale d’ira e di spavento.
Remoti i morti e più ancora i vivi,
i miei compagni vili e taciturni.

(“Ed è subito sera”, 1942)

Michail Frolovskij
(Deportato alle Solovky dal 1925 al 1928)
Le Isole delle Lacrime

Dorme il carcere, respira a fatica.
Ogni respiro è gemito e dolore,
solo la pietra inerte lo ode,
la pietra muta che non può parlare.

Ma quando d’un ultimo fremito
sarà scosso il globo terrestre
salirà fin lassù, fino al trono di Dio,
il grido della pietra nelle tenebre fonde.

E quando obbediente alla tromba
si scuoterà il mondo dall’ultimo sonno,
ricorderà, la pietra immota,
ogni sospiro e ogni dolore.

E quando l’ultima fiamma
divorerà la luce e il buio,
tutto svelerà la pietra inerte,
la pietra che riveste la prigione.

Dorme il carcere, respira affannoso,
ogni respiro è gemito e dolore,
la pietra incorruttibile lo ode
e tutto svelerà a Dio la pietra.

Fabrizio De Andrè 1940-1999
La Buona Novella

Tre Madri

Madre di Tito:
"Tito, non sei figlio di Dio,
ma c'è chi muore nel dirti addio".

Madre di Dimaco:
"Dimaco, ignori chi fu tuo padre,
ma più di te muore tua madre".

Le due madri:
"Con troppe lacrime piangi, Maria,
solo l'immagine d'un'agonia:
sai che alla vita, nel terzo giorno,
il figlio tuo farà ritorno:
lascia noi piangere, un po' più forte,
chi non risorgerà più dalla morte".

Madre di Gesù:
"Piango di lui ciò che mi è tolto,
le braccia magre, la fronte, il volto,
ogni sua vita che vive ancora,
che vedo spegnersi ora per ora.

Figlio nel sangue, figlio nel cuore,
e chi ti chiama - Nostro Signore -,
nella fatica del tuo sorriso
cerca un ritaglio di Paradiso.

Per me sei figlio, vita morente,
ti portò cieco questo mio ventre,
come nel grembo, e adesso in croce,
ti chiama amore questa mia voce.
Non fossi stato figlio di Dio
t'avrei ancora per figlio mio".

dal "Kontakion del Trionfo dell'Ortodossia"

Il Verbo indescrivibile del Padre
si è fatto descrivibile, incarnandosi in Te,
o Madre di Dio;
e avendo ristabilito
l'immagine infangata
nella sua antica dignità,
Egli l'ha unita
alla bellezza divina.
E confessando la salvezza,
noi esprimiamo tutto ciò
con l'azione e con la parola.

William Butler Yeats 1865-1939
Leda e il cigno

Un sùbito colpo: sbattono ancora le ali maestose
sulla fanciulla sgomenta, le cosce lambite
da nere membrane, presa la nuca al becco,
le tiene fermo al petto il petto inerme.

Come possono dita atterrite incerte spingere
la gloria piumata via dalle cosce che cedono,
e come può il corpo, preso in quell’impeto bianco,
non sentire il cuore straniero che palpita là dove giace?

Quel rapido fremito ai lombi produce
le mura spezzate, il tetto e la torre incendiate
e Agamennone morto (1).

                                E lei così catturata,
così dominata dal sangue brutale dell’aria,
ha assunto anche il sapere di lui insieme al potere
Prima che il becco indifferente la lasciasse andare?


(1) Leda era figlia di Testio e moglie di Tindaro re di Sparta ed ebbe tre figlie femmine, Clitemnestra, Febe ed Elena e due figli maschi, Castore e Polluce.

Leda and the swan

Scindia museum, Gwalior

Leda and the Swan

A sudden blow: the great wings beating still
Above the terrified girl, her thighs caressed
By the dark webs, her nape caught in his bill,
He holds her helpless breast upon his breast

How can those terrified vague fingers push
The feathered glory from her loosening thighs,
And how can body, laid in that white rush,
But feel the strange heart beating where it lies?

A shudder in the loins engenders there
The broken wall, the burning roof and tower
And Agamemnon dead.

                                   Being so caught up,
So mastered by the brute blood of the air,
Did she put on his knowledge with his power
Before the indifferent beak could let her drop?

Kalidasa
E il vento squassando eternamente i pini
reca gli spruzzi del giovin Gange in corsa
e rinfresca il cacciatore, là sulle colline,
soffiando tra le sue penne di pavone.

Charles Baudelaire
L'albatro

Sovente, per divertirsi, i marinai
catturano degli albatri, grandi uccelli marini
che seguono, indolenti compagni di viaggio,
la nave scivolante sugli amari abissi.
Appena li depongono sulla tolda,
questi re dell'azzurro, goffi e vergognosi,
lasciano cadere miseramente ai loro fianchi,
le grandi, candide ali, come ritirati remi.
Com'è molle e goffo questo viaggiatore alato!
Lui, poco fa così bello, com'è brutto e ridicolo.
Qualcuno gli stuzzica il becco con una pipa
un altro, zoppicando, mima l'infermo che prima volava.
Assomiglia al principe delle nuvole il Poeta,
che rotto alle tempeste irride all'arciere,
ma esiliato in terra, fra gli scherni,
le sue ali di gigante gli impediscono di camminare.

L'albatros

Souvent, pour s'amuser, les hommes d'équipage
Prennent des albatros, vastes oiseaux des mers,
Qui suivent, indolents compagnons de voyage,
Le navire glissant sur les gouffres amers.
A peine les ont-ils déposés sur les planches,
Que ces rois de l'azur, maladroits et honteux,
Laissent piteusement leurs grandes ailes blanches
Comme des avirons traîner à côté d'eux.
Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule!
Lui, naguère si beau, qu'il est comique et laid!
L'un agace son bec avec un brûle-gueule,
L'autre mime, en boitant, l'infirme qui volait!
Le Poète est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête et se rit de l'archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l'empêchent de marcher.

Robert Brasillach 1909-1945
Il giudizio dei giudici

Quelli che si sono ammalati, dietro enormi chiavistelli, quelli che hanno avuto rozze vesti, quelli che si aggrappano alle sbarre quelli che sono stati gettati con la catena ai piedi di celle senza sospiri, quelli che partono con le mani legate, cui è negato un nuovo giorno, quelli che cadono all’alba, legati al loro palo, quelli che lanciano un ultimo grido al momento di perdere la pelle, questi formeranno un giorno l’Eterna Corte di Giustizia. Perché prima di giudicare il criminale o l’innocente, saranno i giudici che bisognerà radunare immediatamente, usciranno dalle loro tombe, dalla notte dei secoli, tutti insieme, sotto i loro galloni di militari o i loro vestiti color sangue, colonnelli dei nostri falò, i procuratori che fanno tremare la schiena, i vescovi che, faccia al cielo, hanno giurato ciò che pareva a loro. Essi saranno a loro volta alla sbarra del giudizio. Quando la tromba suonerà, questa sarà la prima azione! Delinquenti da centomila anni non avrete tanto lavoro! Per uccidere o derubare non avete vergogna, ma oggi dovete preoccuparvi d’altro. Ascoltate il cane del portiere che ringhia al levarsi del sole. Morde le loro morbidezze solenni, la sferza schiocca nelle vostre mani. Radunateli qui i giudici, nel recinto della grande stalla. Per giudicarli, vi avverto, noi avremo i Santi. Ma i Santi non bastano per pronunciare tante sentenze, quelli che sono stati giudicati per primi, in vita, come è detto nel Libro Vero, saranno giudicati alla fine. Essi giudicheranno da subito il giudice, vaglieranno i fatti. A loro dunque, ascoltare accusa e difesa. I giudici vanno infine al tribunale del Gran giorno. I borsaioli notturni, i ladri che sputano i polmoni, le puttane delle nebbie inglesi che adescano i passanti nell’ombra, i disertori che traversano nel mare col canotto che affonda, lo specialista in assegni falsi, i negri ubriachi nelle loro baracche, i monelli venditori d’esplosivi, i terroristi dei giorni foschi, gli assassini delle grandi città traditi dalle spie senza nome, prima di passare all’ultimo giudizio, formeranno la Grande Cassazione. Li vedremo riunirsi risalenti dai gorghi del tempo, quelli che, racchette ai piedi, fra le nevi del grande Nord, hanno ucciso vicino ai giacimenti i loro amici cercatori d’oro, quelli che fra vento e ghiaccio, al banco dei saloons selvaggi hanno bevuto in grossi bicchieri l’alcool di grano dei forti, e che, incuranti ogni legge, confondendo oblio e morte, hanno abbandonato le vecchie speranze di raggiungere le tiepide rive. Essi si siederanno vicino a quelli che hanno combattuto nelle trincee, e che poi un giorno hanno detto “no”, distrutti da anni di orrore, a soldati uccisi per “l’esempio” e ai decimati per errore, vicino ai “duri”, ai partigiani di tutte le cause, a quelli che cadono d’inverno sotto le palle dei fucilieri, a quelli martoriati nelle galere dalla polizia imperiale e ai giovani di ogni luogo uccisi dai loro capi che fuggivano. Si, tutti, soldati, banditi, avranno il loro giusto premio! Non piangete “uomini per bene”, saranno giudicati anch’essi: ma ora per cominciare dobbiamo parlare di questi altri, poiché ora la parola è concessa a chi ha abbracciato rischi e pericoli, e non a chi per giudicare si contentava di star seduto, di calcare sulla calma fronte il tocco nero o il képi, e di pagare con un po’ di sangue la propria carriera e il pano quotidiano. Gli avversari di una volta per oggi sono d’accordo, i giusti trascinati al rogo sono vicini ai delinquenti comuni, perché i giudici saranno giudicati da colpevoli ed innocenti. Al di là dei chiavistelli tirati, chi potrà avvicinarli? Chi vedrà la consegna dei lacci e della cravatta e dei vestiti? Socrate giudica la città, Giovanna suggella il giudizio, e stasera fra la Corte siedono la Regina e Carlotta Corday. Essi passeranno, risponderanno, ai tribunali degli ultimi giorni, quelli che avevano tanta cura nel rimirare il loro bianco ermellino, e le celle si apriranno, senza serrature nè strepiti. Alla Suprema Corte d’Appello non saranno sempre gli stessi, o fratelli dalle gelide carceri, che saranno dalla parte di chi vince. I fantocci disarticolati attaccati al filo piegato, si drizzeranno per ascoltarvi, o giudici che siete rimasti sordi. E quelli che hanno passato la notte a rimasticare sogni impossibili, i pallidi lanciatori di coltelli, gli eroi morti per la causa, le donne che sul marciapiede nascondono la droga nella calza, quelli che con gli anni hanno perduto sangue e vigore, a causa di giudici e di spie, di Caifa e di Giuda. Essi vedranno il grande Condannato, re di tutti i condannati terreni aprire per giudici e giudicati il tempo del grande cambio.
13 Gennaio 1945

Costantino Kavafis 1863-1933
Aspettando i barbari

Che aspettiamo, raccolti nella piazza?
          Oggi arrivano i barbari.
Perché mai tanta inerzia nel Senato?
E perché i senatori siedono e non fan leggi?
           Oggi arrivano i barbari.
           Che leggi devon fare i senatori?
           Quando verranno le faranno i barbari.
 Perché l’imperatore s’è levato
così per tempo e sta, solenne, in trono,
alla porta maggiore, incoronato?
           Oggi arrivano i barbari
           l’imperatore aspetta di ricevere
           il loro capo. E anzi ha già disposto
           l’offerta d’una pergamena. E là
          gli ha scritto molti titoli ed epiteti
Perché i nostri due consoli e i pretori
sono usciti stamani in toga rossa?
Perché i bracciali con tante ametiste,
gli anelli con gli splendidi smeraldi luccicanti?
Perché brandire le preziose mazze
coi bei caselli tutti d’oro e argento? 
 
          Oggi arrivano i barbari,
           e questa roba fa impressione ai barbari.
Perché i valenti oratori non vengono
a snocciolare i loro discorsi, come sempre?
          Oggi arrivano i barbari:
          sdegnano la retorica e le arringhe.
Perché d’un tratto questo smarrimento
 ansioso? (I volti come si son fatti seri)
Perché rapidamente le strade e piazze
si svuotano, e ritornano tutti a casa perplessi?
          S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.
          Taluni sono giunti dai confini,
          han detto che di barbari non ce ne sono più.
E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?
Era una soluzione, quella gente.
 

Kakinomoto No Hitomaro 662-710

Nessuno potrà
vedermi né chiedermi
qualcosa - In sogno
verrò da te stanotte,
non chiudere la porta al sogno.

Patrizia Valduga 1953-
quartina 98

Parola, cosa mistica e profonda,
discendi indistruttibile nei cuori
come la luce rapida ora inonda
la nostra oscurità dei tuoi fulgori.

Silvia Tessitore ?-
da "Aspirina"

Ti amo come gocce di benzina
nel serbatoio già secco del terrore
carburatore sporco, filtro dell'aria zero.
Ti amo come frutta surgelata,
ti amo come birre consumate,
come la libertà d'aver paura.
Come la crudeltà.

Giovanni Pascoli 1855-1912
La voce

C'è una voce nella mia vita,
che avverto nel punto che muore;
voce stanca, voce smarrita,
col tremito del batticuore:
voce d'una accorsa anelante,
che al povero petto s'afferra
per dir tante cose e poi tante,
ma piena ha la bocca di terra:
tante tante cose che vuole
ch'io sappia, ricordi, sì... sì...
ma di tante tante parole
non sento che un soffio... Zvanî...
Quando avevo tanto bisogno
di pane e di compassione,
che mangiavo solo nel sogno,
svegliandomi al primo boccone;
una notte, su la spalletta
del Reno, coperta di neve,
dritto e solo (passava in fretta
l'acqua brontolando, Si beve?);
dritto e solo, con un gran pianto
d'avere a finire così,
mi sentii d'un tratto daccanto
quel soffio di voce... Zvanî...
Oh! la terra, com'è cattiva!
la terra, che amari bocconi!
Ma voleva dirmi, io capiva:
- No... no... Di' le devozioni!
Le dicevi con me pian piano,
con sempre la voce più bassa:
la tua mano nella mia mano:
ridille! vedrai che ti passa.
Non far piangere piangere piangere
(ancora!) chi tanto soffrì!
il tuo pane, prega il tuo angelo
che te lo porti... Zvanî... -
Una notte dalle lunghe ore
(nel carcere!), che all'improvviso
dissi - Avresti molto dolore,
tu, se non t'avessero ucciso,
ora, o babbo! - che il mio pensiero,
dal carcere, con un lamento,
vide il babbo nel cimitero,
le pie sorelline in convento:
e che agli uomini, la mia vita,
volevo lasciargliela lì...
risentii la voce smarrita
che disse in un soffio... Zvanî...

Oh! la terra come è cattiva!
non lascia discorrere, poi!
Ma voleva dirmi, io capiva:
- Piuttosto di' un requie per noi!
Non possiamo nel camposanto
più prendere sonno un minuto,
ché sentiamo struggersi in pianto
le bimbe che l'hanno saputo!
Oh! la vita mia che ti diedi
per loro, lasciarla vuoi qui?
qui, mio figlio? dove non vedi
chi uccise tuo padre... Zvanî?... -
Quante volte sei rivenuta
nei cupi abbandoni del cuore,
voce stanca, voce perduta,
col tremito del batticuore:
voce d'una corsa anelante
che ai poveri labbri si tocca
per dir tante cose e poi tante;
ma piena di terra ha la bocca:
la tua bocca! con i tuoi baci,
già tanto accorati a quei dì!
a quei dì beati e fugaci
che aveva i tuoi baci... Zvanî!...
che m'addormentavano gravi
campane col placido canto,
e sul capo biondo che amavi,
sentivo un tepore di pianto!
che ti lessi negli occhi, ch'erano
pieni di pianto, che sono
pieni di terra, la preghiera
di vivere e d'essere buono!
Ed allora, quasi un comando,
no, quasi un compianto, t'uscì
la parola che a quando a quando
mi dici anche adesso... Zvanî...