"Dal sacro Monte Kailash, nel Transhimalaya, oltre la linea delle piogge, discesi all'estremo del Capo Comorin, dove le acque di tre antichi mari si congiungono. Ed oggi so che in ambo gli estremi vi sono templi". (Miguel Serrano)

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Epica

Edda Hávamál

Externsteine
Hangagod
 
« Lo so io, fui appeso
al tronco sferzato dal vento
per nove intere notti,
ferito di lancia
e consegnato a Odino,
io stesso a me stesso,
su quell'albero
che nessuno sa
dove dalle radici s'innalzi.


Con pane non mi saziarono
né con corni [mi dissetarono].
Guardai in basso,
feci salire le rune,
chiamandole lo feci,
e caddi di là. »


_______________________________

 
INNO AD ATENA (Omero XXVIII)

Comincio a cantare Pallade Atena,
gloriosa dea glaucopide,
ingegnosa, dal cuore inflessibile,
vergine casta, intrepida signora dell’acropoli,
Tritogenia; il saggio Zeus la generò da solo,
dal suo capo venerabile,
rivestita d'armi dorate e lucenti.
Tutti gli immortali si stupirono a questa vista:
essa balzò  agitando un giavellotto acuto
davanti a Zeus Egioco.
Il vasto Olimpo sussultò
cupamente sotto l’urto della dea glaucopide,
la terra emise un grido terribile,
il mare si sconvolse tra flutti spumanti.
Poi d’improvviso le onde si fermarono,
il luminoso figlio di Iperione arrestò i veloci cavalli,
fino a quando la vergine Pallade
ebbe tolto dalle spalle immortali
le armi divine: ne gioì il saggio Zeus.
Così ti saluto, figlia di Zeus egioco:
io canterò te e anche un’altra canzone

______________________________



 INNO DELLA PERLA


Quando ero bambino e abitavo nel regno della casa di mio Padre e mi dilettavo della ricchezza e dello splendore di coloro che mi avevano allevato, i miei genitori mi mandarono dall'oriente, nostra patria, con le provviste per il viaggio. Delle ricchezze della nostra casa fecero un carico per me: esso era grande eppure leggero, in modo che potessi portarlo da solo….Mi tolsero il vestito di gloria che nel loro amore avevano fatto per me, e il manto di porpora che era stato tessuto in modo che si adattasse perfettamente alla mia persona, e fecero un patto con me e lo scrissero nel mio cuore perché non lo potessi scordare: " Quando andrai in Egitto e ne riporterai l'Unica Perla che giace in mezzo al mare, accerchiata dal serpente sibilante, indosserai di nuovo il tuo vestito di gloria e il manto sopra esso, e con tuo fratello, prossimo a noi in dignità, sii erede del nostro regno". Lasciai l'Oriente e mi avviai alla discesa, accompagnato da due messi reali, poiché il cammino era pericoloso e difficile ed io ero troppo giovane per un tale viaggio; oltrepassai i confini di Maishan, punto d'incontro dei mercati dell'Oriente, giunsi nella terra di Babel ed entrai nelle mura di Sarbùrg. Scesi in Egitto e i miei compagni mi lasciarono. Mi diressi deciso al serpente e mi stabilii vicino alla sua dimora in attesa che si riposasse e dormisse per potergli prendere la Perla. Poiché ero solo e me ne stavo in disparte, ero forestiero per gli abitanti dell'albergo. Pure vidi là uno della mia razza, un giovane leggiadro e bello, figlio di re ( lett.: di coloro che sono unti). Egli venne e si unì a me; io lo accolsi familiarmente e con fiducia e gli raccontai della mia missione. Io (egli?) lo (me?) avvertii di guardarsi dagli Egiziani e di evitare il contatto con gli impuri. Tuttavia mi vestii con i loro abiti, perché non sospettassero di me, che ero venuto da fuori per prendere la Perla, e non risvegliassero il serpente contro di me. Ma in qualche modo si accorsero che non ero uno di loro e cercarono di rendersi graditi a me; mi mescerono nella loro astuzia (una bevanda), e mi dettero da mangiare della loro carne; e io dimenticai la Perla per la quale i miei genitori mi avevano mandato. Per la pesantezza dei loro cibi caddi in un sonno profondo. I miei genitori avevano notato tutto quello che mi accadeva ed erano afflitti per me. Fu proclamato nel nostro regno che tutti dovevano presentarsi alle nostre porte. E i re e i grandi della Partia e tutti i nobili dell'Oriente formarono un piano perché io non fossi lasciato in Egitto. E mi scrissero una lettera firmata col nome di ciascuno dei grandi. " Da tuo padre, il re dei re, e da tua madre signora dell'Oriente e da tuo fratello, nostro prossimo di rango, a te nostro figlio in Egitto. Svegliati e sorgi dal tuo sonno e intendi le parole della nostra lettera. Ricordati che sei figlio di re: guarda chi hai servito in schiavitù. Poni mente alla Perla per la quale sei partito per l'Egitto. Ricordati del vestito di gloria, richiama il manto splendido, per indossarli e adornarti con essi, e il tuo nome possa essere letto nel libro degli eroi e tu divenga con tuo fratello, nostro delegato,erede nel nostro regno". Come un messaggero era la lettera che il Re aveva sigillato con la mano destra contro i malvagi, i figli di Babel e i demoni ribelli di Sarbùrg. Si levò in forma di aquila, il re di tutti gli alti, e volò finché discese vicino a me e divenne interamente parola. Al suono della sua voce mi svegliai e mi destai dal sonno; la presi, la baciai, ruppi il sigillo e lessi. Conformi a quanto era stato scritto nel mio cuore si potevano leggere le parole della mia lettera. Mi ricordai che ero figlio di re e che la mia anima, nata libera, aspirava ai suoi salimi. Mi ricordai della Perla per la quale ero stato mandato in Egitto e cominciai ad incantare il terribile serpente sibilante. Lo indussi al sonno invocando il nome di mio Padre, il nome del nostro prossimo in rango e quello di mia madre la regina d'Oriente. Presi la Perla e mi volsi per tornare a casa da mio Padre. Mi spogliai del loro vestito sordido e impuro e lo abbandonai nella loro terra; diressi il mio cammino onde giungere alla luce della nostra patria, l'Oriente. Trovai la lettera che mi aveva ridestato davanti a me sul mio cammino; e come mi aveva svegliato con la sua voce, ora mi guidava con la sua luce che brillava dinanzi a me; e con la voce incoraggiava il mio timore e col suo amore mi traeva. E andai avanti…I miei genitori… mandarono incontro a me a mezzo dei loro tesorieri, a cui erano stati affidati, il vestito di gloria che avevo tolto e il manto che doveva coprirlo. Avevo dimenticato il suo splendore, avendolo lasciato da bambino nella casa di mio Padre. Mentre ora osservavo il vestito, mi sembrò che diventasse improvvisamente uno specchio-immagine di me stesso: mi vidi tutto intero in esso ed esso tutto vidi in me, cosicché eravamo due separati eppure ancora uno per l'eguaglianza della forma…E l'immagine del Re dei Re era raffigurata dappertutto su di esso…E vidi anche vibrare dappertutto su di esso i movimenti della gnosi. Vidi che stava per parlare e percepii il suono delle canzoni che mormorava lungo la discesa:
" Sono io che ho agito nelle azioni di colui per il quale sono stato allevato nella casa di mio Padre, ed ho sentito in me stesso che la mia statura cresceva in corrispondenza delle sue fatiche". E con i suoi movimenti regali si offerse tutto a me e dalle mani di quelli che lo portavano si affrettò perché potessi prenderlo; e anch'io ero mosso dall'amore a correre verso di esse per riceverlo. E mi protesi verso di lui, lo presi, e mi avvolsi nella bellezza dei suoi colori. E gettai il manto regale intorno a tutta la mia persona. Così rivestito, salìì alla porta della salvezza e dell'adorazione. Inchinai la testa e adorai lo splendore di mio Padre che me lo aveva mandato, i cui comandi avevo adempiuto perché anch'egli aveva mantenuto ciò che aveva promesso…Mi accolse gioiosamente ed ero con lui nel suo regno, e tutti i suoi servitori lo lodarono con voce d'organo, cantando che egli aveva promesso che avrei raggiunto la corte del Re dei Re e avendo portato la mia Perla sarei apparso insieme a lui".



Kalidasa
Kumarasambhava

«Che tu sia venerato, o dio dalle tre forme
Tu che eri ancora unità assoluta, prima che la creazione fosse compiuta,
Tu che ti dividevi nei tre gunas, da cui hai ricevuto i tuoi tre appellativi.
O mai nato, il tuo seme non fu sterile allorché fu eietto nell'onda acquosa!
Tuo tramite l'universo sorse, che si agita e che è senza vita,
e di cui tu sei festeggiato nel canto come l'origine.
Tu hai dispiegato la tua potenza sotto tre forme.
Tu solo sei il principio della creazione di questo mondo,
ed anche la causa di ciò che esiste ancora e che alla fine crollerà.
Da te, che hai suddiviso il tuo proprio corpo per poter generare,
derivano l'uomo e la donna in quanto parte di te stesso.
Sono chiamati i genitori della creazione, che va moltiplicandosi.
Se, tu che hai separato il giorno e la notte secondo la misura del tuo proprio tempo,
se tu dormi, allora tutti muoiono, ma se vivi, allora tutti sorgono.
[...]
Con te stesso conosci il tuo proprio essere.
Tu ti crei da te stesso, ma anche ti perdi,
con il tuo te stesso conoscente, nel tuo proprio te stesso.
Sei il liquido, sei ciò che è solido, sei il grande e il piccolo,
il leggero e il pesante, il manifesto e l'occulto.
Ti si chiama Prakriti, ma sei conosciuto anche come Purusha
che in verità vede Prakriti, ma da lei non dipende.
Tu sei il padre dei padri, il dio degli dèi. Sei più alto del supremo.
Tu sei l'offerta in sacrificio, ed anche il signore del sacrificio.
Sei il sacrificato, ma anche il sacrificatore.
Tu sei ciò che si deve sapere, il saggio, il pensatore,
ma anche la cosa più alta che sia possibile pensare».

______________________________________________


VÖLUSPÁ
la profezia della Veggente



Ascolto io chiedo a tutte                                Richiesta di ascolto
le sacre stirpi,
maggiori e minori
figli di Heimdallr.
Tu vuoi che io, o Valföðr,
compiutamente narri
le antiche storie degli uomini
quelle che prima ricordo.
Ricordo i giganti                                            Ymir
nati in principio,
quelli che un tempo
mi generarono.
Nove mondi ricordo
nove sostegni
e l'albero misuratore, eccelso,
che penetra la terra.
Al principio era il tempo:
Ymir vi dimorava;
non c'era sabbia né mare
né gelide onde;
terra non si distingueva
né cielo in alto:
il baratro era spalancato
e in nessun luogo erba.
Finché i figli di Borr                                      La creazione del mondo
trassero su le terre,
loro che Miðgarðr
vasta formarono.
Splendette da sud il sole
sulle pareti di pietra;
allora si ricoprì il suolo
di germogli verdi.
Con forza da sud il sole,
compagno della luna,
stese la mano destra
verso l'orlo del cielo;
il sole non sapeva
dov'era la sua corte,
le stelle non sapevano
dov'era la loro dimora,
la luna non sapeva
qual era il suo potere.
Andarono allora gli dèi tutti
ai troni del giudizio,
divinità santissime
e su questo deliberarono:
alla notte e alle fasi lunari
nome imposero;
al mattino dettero un nome
e al mezzogiorno,
al pomeriggio e alla sera
per contare gli anni.
Convennero gli Æsir                                       L'età dell'oro
in Iðavöllr,
loro che altari e templi
alti innalzarono;
focolari accesero,
crearono ricchezze,
tenaglie fabbricarono,
ingegnarono utensili.
Nel cortile giocavano a scacchi;
erano ricchi:
non sentivano affatto
mancanza d'oro.
Fino a quando tre giunsero,
fanciulle di giganti
oltremisura possenti,
da Jötunheimr.
Andarono allora gli dèi tutti                            La creazione dei nani
ai troni del giudizio,
divinità santissime
e su questo deliberarono:
chi dovesse dei nani
le schiere foggiare
dal sangue di Brimir
e dagli ossi di Bláinn.
Là Móðsognir era
il più eccellente
fra tutti i nani
e Durinn era secondo.
Là, d'aspetto umano,
molti furono fatti,
nani dalla terra;
come Durinn diceva.
Nýi e Níði,
Norðri, Suðri,
Austri, Vestri,
Alþjófr, Dvalinn,
Bívörr, Bávörr,
Bömburr, Nóri,
Ánn e Ánarr,
Ái, Mjöðvitnir.
Veigr e Gandálfr,
Vindálfr, Þráinn,
Þekkr e Þorinn,
Þrór, Vitr e Litr,
Nár e Nýráðr,
ordunque i nani,
Reginn e Ráðsviðr,
doverosamente ho enumerato.
Fili, Kili,
Fundinn, Náli,
Heptivili,
Hannarr, Svíurr,
[Nár e Náinn
Nípingr, Dáinn,
Billingr, Brúni,
Bíldr e Búri,]
Frár, Hornbori,
Frægr e Lóni,
Aurvangr, Jari,
Eikinskjaldi.
È tempo che i nani
della stirpe di Dvalinn,
ai figli degli uomini,
fino a Lofarr enumeri.
Loro che arrancarono
dal suolo roccioso,
dimora di Aurvangar,
fino a Jöruvellir.
C'era a quel tempo Draupnir
e Dólgþrasir,
Hár, Haugspori,
Hlévangr, Glói,
[Dóri, Óri,
Dúfr, Andvari,]
Skirvir, Virvir,
Skáfiðr, Ái,
Álfr e Yngvi,
Eikinskjaldi,
Fjalarr e Frosti
Finnr e Ginnarr.
Sarà ricordata a lungo
finché gli uomini vivranno
questa lista degli antenati
fino a Lofarr.
Finalmente tre vennero                                    La creazione degli uomini
da quella stirpe,
potenti e belli,
æsir, a casa.
Trovarono in terra,
senza forze,
Askr ed Embla,
privi di destino.
Non possedevano respiro
né avevano anima,
non calore vitale, non gesti
né colorito.
Il respiro dette Óðinn,
l'anima dette Hœnir,
il calore vitale dette Lóðurr
e il colorito.
So che un frassino s'erge                                 Le Norne
Yggdrasill lo chiamano,
alto tronco lambito
d'acqua bianca di argilla.
Di là vengono le rugiade
che piovono nelle valli.
Sempre s'erge verde
su Urðarbrunnr.
Da quel luogo vengono fanciulle
di molta saggezza,
tre, da quelle acque
che sotto l'albero si stendono.
Ha nome Urðr la prima,
Verðandi l'altra
(sopra una tavola incidono rune),
Skuld quella ch'è terza.
Queste decidono la legge,
queste scelgono la vita
per i viventi nati,
le sorti degli uomini.
Lei ricorda lo scontro                                      Gullveig
primo nel mondo,
quando Gullveig
urtarono con lance
e nelle sale di Hár
le dettero fuoco:
tre volte l'arsero,
tre volte rinacque,
e altre tre volte,
ma è ancora in vita!
«Splendente» le misero nome:
dovunque venisse nelle case
indovina esperta in profezie,
dava potere alle magiche verghe;
incantò, dovunque poteva,
incantò i sensi,
sempre era la delizia
di spose malvagie.
Andarono allora gli dèi tutti                            La guerra degli dèi
ai troni del giudizio,
divinità santissime
e su questo deliberarono:
se avessero dovuto gli Æsir
un tributo pagare
o avessero gli dèi tutti
diritto a un compenso.
Levava la lancia Óðinn
e la scagliava nella mischia:
quella fu la battaglia
prima nel mondo;
infranto il riparo di legno
della città degli Æsir
minacciosi poterono i Vanir
porre il piede in campo
Andarono allora gli dèi tutti
ai troni del giudizio
divinità santissime
e su questo deliberarono:
chi avesse nell'aria
immesso il male
e alla progenie dei giganti
dato la compagna di Óðr.
Là solo Þórr si levò
gonfio di furore:
non indugiò un istante
quando seppe tali fatti.
Ruppero i giuramenti,
le parole e i sacri voti,
ogni possente patto
che fra loro avevano stretto.
Sa lei di Heimdallr                                         La fonte della sapienza
il fragore celato
sotto il sacro albero
avvezzo all'aria tersa del cielo.
Su quello ella vede riversarsi
uno scrosciare d'acque argillose
dal pegno pagato da Valföðr.
Che altro tu sai?
Sola sedeva di fuori                                      Óðinn e la Veggente
quando il vecchio giunse
Yggjungr degli Æsir
e la fissò negli occhi.
«Che cosa mi chiedete?
Perché mi mettete alla prova?
Tutto io so, Óðinn,
dove tu nascondesti l'occhio
nella famosa
Mímisbrunnr!»
Mímir beve idromele
ogni mattino
dal pegno pagato da Valföðr.
Che altro tu sai?
Per lei Herföðr scelse
anelli e collane,
sagge parole di ricchezza
e la verga della profezia:
vede lontano, lei, e oltre,
in ogni mondo.
Vide, lei, le Valkyrjur                                     Le valchirie
venire da lontano,
pronte a cavalcare
verso il popolo dei Goti.
Skuld teneva lo scudo,
seconda era Skögul,
Gunnr, Hildr, Göndul
e Geirskögul.
Ora ho elencato
le fanciulle di Herjan,
pronte a cavalcare
la terra, le Valkyrjur.
Io vidi per Baldr                                             L'uccisione di Baldr
un sacrificio di sangue;
per il figlio di Óðinn
il celato destino.
Ritto cresceva
alto sui campi
esile e molto bello
un ramoscello di vischio.
Venne su da quel ramo
che esile mi parve
un terribile dardo di dolore.
Höðr lo scagliò.
Era il fratello di Baldr
nato precocemente;
il figlio di Óðinn
vecchio di una notte combatté.
Non lavò mai le mani
né si pettinò il capo
finché non trascinò sul rogo
il nemico di Baldr.
Ma Frigg pianse
in Fensalir
il dolore di Valhöll.
Che altro tu sai?
[E Váli poterono legare
con ceppi di battaglia.
Molto vennero stretti
i lacci di budello.]
Legato lei vede giacere
sotto il bosco di Hveralund
l'infausta figura
simile a Loki.
Là siede Sigyn
presso il suo sposo
per nulla entusiasta.
Che altro tu sai?
Scroscia un fiume da oriente                           Visione degli inferi
per valli di gelido veleno,
con daghe e con spade,
Slíðr è chiamato.
Sta verso nord
nelle Niðavellir
la corte d'oro
della stirpe di Sindri;
ma una seconda si trova
in Ókólnir
sala da birra del gigante
che è chiamato Brimir.
Una sala lei vide
lontana dal sole
in Nástrandir,
le porte rivolte a nord.
Gocce di veleno piovono
attraverso il buco del tetto:
questa sala è un intreccio
di dorsi di serpenti.
Vide lei in quel luogo guadare
difficili correnti
uomini spergiuri
ed assassini
e chi seduce di un altro
la consorte.
Là succhia Níðhöggr
i corpi dei morti,
il lupo strazia gli uomini.
Che altro tu sai?
La vecchia siede ad oriente                           La stirpe dei lupi
in Járnviðr
e laggiù nutre
la stirpe di Fenrir.
Di tutti quelli
uno solo si fa
divoratore della luna
in forma di troll.
Si nutre della vita
degli uomini destinati a morire,
arrossa le case degli dèi
con sangue scarlatto.
Si oscura la luce del sole
nelle prossime estati,
verranno tempi di tradimento.
Che altro tu sai?
Là siede sul colle                                            Tre galli annunciano il ragnarök
e suona l'arpa
il custode della gigantessa
il lieto Eggþér.
Canta vicino a lui
nel bosco degli uccelli
un gallo rosso splendente
che Fjalarr è chiamato.
Canta tra gli Æsir
Gullinkambi,
gli eroi ridesta
nella dimora di Herjaföðr.
Ma un altro ancora canta
giù sotto terra,
gallo rosso fuliggine
nelle sale di Hel.
Feroce latra Garmr
dinanzi a Gnipahellir:
i lacci si spezzeranno
e il lupo correrà.
Molte scienze ella conosce:
da lontano scorgo
il destino degli dèi,
possenti divinità di vittoria.
Si colpiranno i fratelli                                        Gli ultimi giorni
e l'un l'altro si daranno la morte;
i cugini spezzeranno
i legami di parentela;
crudo è il mondo,
grande l'adulterio.
Tempo d'asce, tempo di spade,
gli scudi si fenderanno,
tempo di venti, tempo di lupi,
prima che il mondo crolli.
Neppure un uomo
un altro ne risparmierà.
S'agitano i figli di Mímir;                                  Il richiamo del corno
si compie il destino
al suono del possente
Gjallarhorn.
Forte soffia Heimdallr
nel corno che sporge,
mormora Óðinn
con la testa di Mímir.
Trema Yggdrasill
il frassino eretto,
scricchiola l'albero antico
quando si scioglie il gigante.
Tutti temono
sulla strada degli inferi,
che la stirpe di Surtr
li inghiotta.
Cosa incombe sugli Æsir?
Cosa incombe sugli elfi?
Risuona tutto Jötunheimr,
gli dèi sono a consiglio.
Gemono i nani
dinanzi alle porte di pietra,
esperti di rocce scoscese.
Che altro tu sai?
Feroce latra Garmr
dinanzi a Gnipahellir:
i lacci si spezzeranno
e il lupo correrà.
Molte scienze ella conosce:
da lontano scorgo
il destino degli dèi
possenti divinità di vittoria.
Da oriente viene Hrymr,                                  L'attacco dei giganti
regge lo scudo innanzi.
Si attorce Jörmungandr
nella furia dei giganti.
Il serpente flagella le onde,
mentre l'aquila stride.
Strazia i cadaveri, livida.
Naglfar salpa.
Una chiglia avanza da est:
verranno di Múspell
sul mare le schiere,
e Loki tiene il timone.
Avanza l'armata dei mostri
e il lupo è in testa.
e con loro è il fratello
di Býleistr che avanza.
Surtr viene da sud
col veleno dei rami.
Il sole splende
sulla spada degli dèi guerrieri.
Le rocce si fendono,
si accasciano gigantesse:
gli uomini prendono la via degli inferi,
il cielo si schianta.
Ecco viene a Hlín                                             Il crepuscolo degli dèi
un altro dolore,
quando Óðinn viene
a combattere col lupo,
e l'uccisore di Beli
splendente contro Surtr;
allora di Frigg
la gioia cadrà.
Feroce latra Garmr
dinanzi a Gnipahellir:
i lacci si spezzeranno
e il lupo correrà.
Ecco viene il grande
figlio di Sigföðr,
Víðarr a combattere
quel mangiatore di cadaveri;
ed egli al figlio di Hveðrungr
con entrambe le mani la spada
conficca fino al cuore.
Così il padre è vendicato.
Ecco viene il famoso
figlio di Hlóðyn,
s'avanza il figlio di Óðinn
a contrastare il serpente.
Con ira lui colpisce
il difensore di Miðgarðr.
Gli uomini tutti
sgombreranno il mondo.
Nove passi indietreggia
il figlio di Fjörgyn,
muore lontano dal serpe
che disonore non teme.
Il sole si oscura                                                 La fine del mondo
la terra sprofonda nel mare,
scompaiono dal cielo
le stelle lucenti.
Sibila il vapore
con quel che alimenta la vita,
alta gioca la vampa
col cielo stesso.
Feroce latra Garmr
dinanzi a Gnipahellir:
i lacci si spezzeranno
e il lupo correrà.
Molte scienze ella conosce:
da lontano scorgo
il destino degli dèi,
possenti divinità di vittoria.
Affiorare lei vede                                           Rinascita del mondo: la nuova età dell'oro
ancora una volta
la terra dal mare
di nuovo verde.
Cadono le cascate,
vola alta l'aquila,
lei che dai monti
cattura i pesci.
Si ritrovano gli Æsir
in Iðavöllr,
e del serpente intorno al mondo
possente, ragionano,
[e rammentano là
le grandi imprese,]
e di Fimbultýr
le antiche rune.
Lì di nuovo
meravigliose
le scacchiere d'oro
si ritroveranno nell'erba.
Eran quelle che anticamente
avevano posseduto.
Cresceranno non seminati
i campi;
ogni male guarirà,
farà ritorno Baldr.
Abiteranno Höðr e Baldr
le vittoriose rovine di Hroptr,
felici dèi guerrieri.
Che altro tu sai?
Allora Hœnir
l'aspersorio sceglierà,
e i figli abiteranno
dei due fratelli
l'ampio mondo del vento.
Che altro tu sai?
Vede lei una corte levarsi
del sole più bella,
d'oro ricoperta,
in Gimlé.
Lì abiteranno
schiere di valorosi
ed eternamente
gioiranno felici.
[Allora viene il potente                                     Il giudizio finale
al suo regno,
il forte dall'alto
che tutto governa.]
E viene di tenebra,
il drago che vola,
il serpe scintillante
dai monti Niðafjöll.
Porta tra le sue ali,
sulla pianura vola,
Níðhöggr, i morti.
Ora lei si inabissa.