"Dal sacro Monte Kailash, nel Transhimalaya, oltre la linea delle piogge, discesi all'estremo del Capo Comorin, dove le acque di tre antichi mari si congiungono. Ed oggi so che in ambo gli estremi vi sono templi". (Miguel Serrano)

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"terzepagine" (cultura & culture)

Un uomo che ha fede è un uomo al quale è precluso il rimedio del suicidio. (Sergio Quinzio 1927-1996)


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Indagini sul suicidio

Francesco Agnoli
Il Foglio Quotidiano
1 dicembre 2010

Annulla tutti i significati, ma non è senza significato
La fede, il materialismo, l’oriente estremo

Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia”: così scriveva Albert Camus nel “Mito di Sisifo”. Questa frase ritorna attuale oggi con il dibattito sull’eutanasia, che andrebbe a mio avviso affrontato, appunto, insieme al problema del suicidio (e a quello della disgregazione familiare e della solitudine, metafisica e quotidiana).
Non è infatti un caso che la richiesta di legalizzazione dell’eutanasia cresca con il crescere, nel nostro occidente, del ricorso agli anti depressivi e al suicidio. Recentemente l’Oms ricordava che nel 2000 sono morte per suicidio circa un milione di persone, ben più che in tante guerre e calamità messe insieme, mentre “negli ultimi 45 anni il tasso di suicidio è cresciuto del 65 per cento in tutto il mondo, in particolare tra i giovani”. Uno psicoterapeuta come Viktor Frankl, che sperimentò la durezza del lager, disse che quando c’è un perché, tutti i come diventano sopportabili. Se so perché vivo, se la preziosità della vita mi è chiara, se la vita come dono è un’idea radicata, ogni circostanza, benché dura, diventa più facilmente tollerabile.
Scriveva ancora Frankl, il quale definiva il nostro tempo “l’epoca del vuoto esistenziale”: “Se una persona è riuscita a porre le basi del significato che essa cercava, allora è pronta a soffrire, a offrire sacrifici, a dare anche, se fosse necessario, la propria vita per amore di quel significato. Al contrario, se non esiste alcun significato del suo vivere, una persona tende a togliersi la vita ed è pronta a farlo anche se tutti i suoi bisogni, sotto ogni aspetto, sono stati soddisfatti”. L’uomo è capace di adeguarsi a tutto, o quasi: solo che lo spirito sostenga il corpo, e se stesso; solo che lo spirito non sia ancora più debole del corpo. Se c’è un perché, tutti i come divengono più o meno sopportabili. E non vi è dubbio, a mio parere, che il perché vero sia solo e soltanto Dio, dal momento che tutti gli altri, in un momento o nell’altro, possono cedere. Un Dio personale che ci ha creato, che ci guarda e ci conosce e il cui amore rende preziosa ogni singola esistenza. Un Dio che manca ad esempio ai grandi popoli cinese e giapponese. Che, non a caso, hanno da secoli un triste primato dei suicidi.
In Cina e Giappone infatti il ricorso al suicidio è estremamente diffuso, amplissimo, e, quel che più interessa, accettato culturalmente. Parlando dei cinesi J. J. Matignon scriveva, all’inizio del Novecento, che il suicidio “si riscontra in tutte le classi e a tutte le età”, ed è spesso dettato anche da motivi che per la nostra cultura sono del tutto “futili”: per vendetta, per rancore, per collera o gelosia, per questioni di onore… “Capita che un mendicante attui la sua vendetta tagliandosi la gola davanti alla vostra porta”. Dall’India alla Cina, ricorda Marzio Barbagli, “darsi la morte per colpire un nemico, immolandosi con lui o facendogli ricadere addosso la colpa della propria morte, è una scelta messa a disposizione per secoli da culture diverse”. In entrambi questi paesi, poi, vi sono dei suicidi, come quello della moglie o della concubina sulla tomba del marito, che sono considerati meritori ed auspicabili. Un altissimo tasso di suicidi si registra anche in Giappone: 24,4 ogni 100 mila abitanti, almeno 4 volte di più che in Italia, visto che il numero reale è in verità ben più alto. Il Giappone ha anche un primato nel numero dei giovani suicidi. Kamikaze e harakiri “sono le parole della lingua giapponese più conosciute nel mondo”. Qualche anno fa la “Guida al suicidio perfetto” dello scrittore Wataru Tsurumi, in cui si spiegava come uccidersi buttandosi dalla finestra o sotto il treno, divenne un bestseller con 550 mila copie in otto mesi.
Perché questo dramma? A prescindere dalle mille motivazioni che possono stare dietro un suicidio, è difficile non notare che anche nel ricco Giappone, come in Cina, l’uomo non è creatura unica, irripetibile, di un Dio che la ama fino a morire per lei. “I giapponesi – ricorda il nunzio apostolico in Giappone, Alberto Bottari de Castello-, non hanno un rapporto personale con Dio. Il concetto dell’individuo, che è al centro della cultura occidentale, non fa parte del loro Dna culturale. Si identificano con il gruppo, la società, l’azienda, la nazione. Quando un cristiano arriva alla decisione di togliersi la vita sa che sta per infrangere una regola sacra: la vita gliel’ha data Dio e solo Dio gliela può togliere. Il giapponese tentato dal suicidio non ha questo freno. Non ha il concetto del peccato. Non ha nessuno, non ha niente, all’infuori del proprio mondo materiale e culturale, a cui chiedere aiuto. Ma nel suo mondo chiedere aiuto è disonorevole, e allora deve risolvere all’interno di se stesso il dramma della propria infelicità, divenuta insopportabile. I cristiani, anche nei momenti più bui, possono sempre tendere la mano verso Dio. I giapponesi no. Hanno otto milioni di dei, migliaia di meravigliosi templi, santuari, altari, altarini, due religioni ufficiali, il buddismo e lo shintoismo, ma vivono senza il Dio unico onnipotente e misericordioso, senza il concetto di Dio padre di tutta l’umanità e presente in ciascuno di noi, sempre”. Nello stesso tempo in Giappone il buddismo è una religione atea che crede nella reincarnazione, cioè che nega, appunto, l’unicità di una vita personale. Il suicidio quindi non è considerato eticamente negativo, anzi è talora contemplato come possibile “soluzione” ad un determinato problema.
Maurice Pinguet, già direttore dell’Istituto franco-giapponese di Tokyo, nel suo “La morte volontaria in Giappone”, nota anzitutto il profondo immanentismo che caratterizza la cultura di questo popolo, e in secondo luogo mette in luce come in Giappone siano sempre esistite forme di suicidio che la cultura cristiana rifiuta: ad esempio il “suicidio di solidarietà”, in cui i genitori “coinvolgevano i loro figli nella morte, convincendoli, o a loro insaputa”. Infatti alla madre giapponese che uccide il figlio “non viene in mente che il bambino possa rappresentare una esistenza distinta, posta sin dalla nascita, o dal concepimento, sotto la sovranità di Dio”. Vi è poi, sempre nella cultura giapponese, il “suicidio di accompagnamento”: alla morte dell’imperatore, del sovrano, del padrone, funzionari, vassalli, servi lo hanno spesso accompagnato nella morte, eliminandosi. Vi è infine il suicidio come rituale, svolto con precisione e solennità: harakiri è l’atto di uccidersi lentamente, aprendosi il ventre, estraendone le viscere, “senza battere ciglio”. Del resto, se tutta la vita dell’uomo è qui ed ora, come protestare altrimenti la propria innocenza? Come lavarsi di una colpa, che altrimenti rimarrà per sempre? Come cancellare la vergogna? Come salvare l’onore?
Una conferma a questa ipotesi, e che cioè l’ateismo contribuisca a togliere alla vita umana quella sacralità religiosa che è spesso un utile antidoto alla scelta estrema di eliminarsi, viene dai paesi comunisti, in cui l’ateismo è stato imposto e diffuso a tutti i livelli. In un celebre film intitolato “Le vite degli altri” si ricorda che negli anni 70 e 80, Russia, Ungheria e Germania dell’est, tutti e tre paesi comunisti, avevano il primato mondiale dei suicidi, benché i regimi, che pure catalogavano tutto, nascondessero le cifre relative al disastroso fenomeno. Infatti erano stati proprio molti teorici del socialismo a spiegare che, una volta instaurata l’eguaglianza economica e materiale, alcolismo, prostituzione, furti e suicidi, sarebbero spariti. In verità con l’avvento del regime bolscevico i suicidi iniziarono a crescere. Il Partito comunista cercò allora di condannarli come “una forma di individualismo borghese”. Il suicidio, per i comunisti atei, era considerato una appropriazione indebita della vita, che apparteneva non a Dio, come si era detto sino a quel momento, ma al partito, allo stato, alla comunità. Tanto che chi si suicidava subiva l’espulsione postuma dal partito e altre pene, ad esempio riguardo al suo funerale. Ma l’efficacia di queste posizioni fu inesistente. Non uccidersi perché la vita è un dono di Dio, è un messaggio che può essere convincente, come dimostrano i bassi tassi di suicidio del medioevo e sino all’esplosione ottocentesca (vedi: Marzio Barbagli, Congedarsi dal mondo, Il Mulino). Non farlo perché Stalin non vuole, è un dogma meno credibile.
“Nel 1924-25 – scrive Barbagli – vi fu un forte aumento dei suicidi”, non solo tra gli avversari del comunismo, ma “tra gli iscritti al partito”, tra coloro che professavano la fede del regime. Stalin condannò il fatto spiegando che il suicidio era il mezzo più semplice per lasciare il mondo, tradendo il partito e sputando “per l’ultima volta sul partito”. “In ogni caso, continua il Barbagli, il governo smise di pubblicare statistiche e studi sull’argomento”. Possiamo quindi ipotizzare un aumento sempre crescente di suicidi in occasione del terrore, così come c’era stato all’epoca del terrore giacobino e della ghigliottina. Ma con la morte di Stalin la crescita dei suicidi non calò e il numero rimase alto sino alla fine. Il crollo del regime, la morte definitiva della fede comunista segnò un ulteriore incremento. Veniva cioè a mancare anche l’ultima forma di “senso”, per quanto labile. Nel 1994 si arrivò alla cifra impressionante di 43 suicidi per 100.000 abitanti! “Pur essendo diminuito negli anni seguenti, continua Barbagli, nel 2004 il tasso di suicidio in Russia (34 per 100.000 abitanti) era da due a tre volte superiore a quello degli Stati Uniti e dei paesi dell’Europa occidentale”.
Anche oggi le macerie spirituali lasciate dal materialismo ateo sono ben evidenti, visto che gli ex paesi dell’ateismo di stato hanno contemporaneamente il triste primato dei divorzi, degli aborti e quello, appunto, dei suicidi. L’Oms dunque rivela oggi che al primo posto nella classifica dei paesi con il più alto numero di suicidi nel 2009 si trovano la Bielorussia, con 35,1 suicidi ogni 100.000 persone; al secondo posto viene la Lituania, al terzo la Russia, al quarto il Kazakistan, al quinto l’Ungheria, al sesto il Giappone, all’ottavo l’Ucraina… ben 6 dei primi 8 paesi di questa terribile classifica sono ex paesi comunisti (senza contare che mancano le cifre vere per la Cina).
Eppure non è sempre stato così, dal momento che prima della rivoluzione del 1917 “la percentuale dei suicidi in Russia era una delle più basse al mondo” (Moskovskji Komsomolets). Quanto alla Lituania, seconda nella classifica del 2010, ma prima in quella del 2009, Alvydas Navickas, presidente dell’Associazione lituana di suicidiologia e vicerettore dell’Università di Vilnius, sintetizza così la storia del suo paese: “Prima della Seconda guerra mondiale, si suicidavano 8 lituani su 100.000. La maggior parte della popolazione viveva in campagna, frequentava la chiesa: esisteva una comunità forte con una routine stabile. In seguito scoppiò la guerra e venne il regime sovietico: Stalin deportò gli agricoltori più ricchi e installò la maggior parte nei Kolchoz (cooperative agricole). Vodka e alcol prodotti in casa iniziarono a scorrere come anestesia, quotidianamente. Nella decade degli anni ottanta l’indice crebbe ogni anno fino a 30 suicidi su 100.000 persone. Con la caduta dell’Urss il tasso ha subito un forte rialzo, fino a toccare il tetto, tra il 1994 e il 1995, di 46 su 100.000” (http://www.cafebabel.it/article/33596/stalin-disoccupazione-maltempo-suicidi-lituania.html).
E’ a questo punto inevitabile ricordare quanto scriveva alla fine dell’Ottocento il grande Dostoevskij, nel suo romanzo “I Demoni”, in cui illuminava la mentalità degli atei rivoluzionari del suo tempo. L’autore russo faceva dire ad uno dei suoi personaggi che a frenare la volontà degli uomini di suicidarsi è anzitutto l’idea di “un altro mondo” dopo la morte (idea che non toglie, ma al contrario conferisce valore, proprio a questo mondo concreto in cui viviamo ogni giorno).
Ma quando l’ateismo trionferà, continuava il rivoluzionario, prefigurazione dei comunisti del 1917, l’uomo, messo da parte Dio, affermerà la sua totale libertà: “La piena libertà ci sarà allora, quando sarà indifferente vivere o non vivere”. Un giorno “vi sarà l’uomo nuovo, felice e superbo. A chi sarà indifferente vivere o non vivere, quello sarà l’uomo nuovo! Chi vincerà il dolore e la paura, quello sarà Dio. Mentre l’altro Dio non vi sarà… Possibile che nessuno su tutto il pianeta, avendola finita con Dio e avendo posto fede nell’arbitrio, osi proclamar l’arbitrio, nel senso più completo?”. Conclusione? “Io sono obbligato a uccidermi, perché il mio arbitrio è uccidere me stesso”.
Dostoevskij aveva visto giusto: la proclamazione di una libertà illimitata da parte dell’uomo, di una sua autonomia morale, di una sua autodeterminazione totale, luciferina, è anche l’affermazione della sua drammatica solitudine, con le ovvie conseguenze.
Ecco perché oggi sono proprio certi atei come Maurizio Mori, il consigliere di Beppino Englaro, a proclamare la fine della “sacralità della vita”, respingendola come un concetto cristiano che non ci appartiene più, e a collegare il presunto diritto all’aborto, con quello all’eutanasia (o “suicidio assistito”). Riaffermando così il principio dell’autodeterminazione assoluta già proclamato dal rivoluzionario di Dostoevskij. Dichiarava qualche anno orsono il socialista francese Jacques Attali, già consigliere del presidente Mitterrand, e oggi di Sarkozy: “La logica socialista è la libertà, e la libertà fondamentale è il suicidio. Di conseguenza il diritto al suicidio diretto o indiretto è dunque un valore assoluto di questo tipo di società”. Qualche anno prima, su California Medicine, aveva affermato, coerentemente, che la vita non è più da considerare un valore assoluto, ma “relativo”, e ciò significa che accanto al “controllo e alla selezione delle nascite” occorrerà porre la “selezione delle morti”, cioè all’eutanasia, per motivi personali, ma anche economici, politici.
Laddove manca Dio, è la vita dell’uomo a perdere valore, e a sfociare più spesso nel suicidio, individuale o legalizzato e statalizzato che sia. Scriveva a ragione il già citato Pinguet, parlando però, stavolta, del nichilismo occidentale: “In un mondo che non ha altra vita che quella quaggiù, altra volontà che quella del soggetto, l’uomo diviene il solo giudice della totalità dell’essere che resta in bilico sul filo di rasoio della sua decisione. Là dove brillava l’onnipotenza divina, una vertiginosa implosione ha scavato il suicidio nichilista, buco nero nel quale l’assolutezza della libertà dovrebbe farsi inghiottire”.


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ARTURO ONOFRI


un contemporaneo tra musica, mito e poesia


di Loredana Bulla


Onofri appartiene alla prima generazione di poeti del Novecento che subisce e rielabora gli influssi del simbolismo francese e che discute Bergson nel travaglio di una ricerca linguistica che possa rinnovare la lirica italiana di quel periodo, mediante il contributo di apporti europei.
L’attività onofriana si colloca in piena età decadente tra i cui aspetti fondamentali annoveriamo, in particolar modo, il lento distacco tra intellettuali e società che si manifesta come atteggiamento di cupa stanchezza e come coscienza di vivere il tramonto di una cultura e l’agonia di una civiltà.
Tutto questo si palesa con la fuga dell’intellettuale dalla realtà sentendo di aver perduto definitivamente la certezza di conoscerla, avvertendola anzi come un mistero.
E’ nell’arco di questo periodo, inoltre, che si attua la crisi della parola poetica ovvero del linguaggio, inteso nella sua « globalità d’espressione artistica » scisso, ormai, nelle due opposte polarità di forma e contenuto.
Questa scomposizione è giudicata inaccettabile poiché il linguaggio è ritenuto un impegno vitale dell’uomo e del poeta che esprime, mediante la prerogativa linguistica, il centro del proprio essere in un mondo che sente ormai distante perché intrappolato nel vortice della distruzione.
In Italia, in particolare, tale “decadenza” si manifesta come frattura dell’unità culturale e letteraria sviluppatasi all’interno delle varie province nel secolo decimonono, con la conseguente adesione alle principali correnti culturali europee, introdotte subito quali elementi essenziali ed innovatori di un ambito bisognoso di essere rinnovato e quindi migliorato.
Onofri vive pienamente la crisi culturale del suo tempo, constatazione che nasce da un esame delle sue prime raccolte poetiche, in particolare di Liriche (1903-1906), Poemi tragici (1906-1907), e Canti delle oasi (1907-190 ), in cui si propone di sfibrare qualsiasi immagine che possa derivare dalla tradizione, impegnandosi a portare avanti un suo progetto di rinnovamento della forma che dia una ridefinizione unitaria all’immagine poetica.
Per giungere a tale progetto Onofri si propone di instaurare una stretta relazione tra le varie componenti interne alla poesia stessa, quali ad esempio la « ritmica e la coloristica », che le permettano di assumere una vera e propria consistenza organica liberandola da ogni traccia di frammentarietà o scomposizione.
Onofri, in questo suo tentativo di riunificazione, si serve della costante mistico­orfica che erompe con forza e, contemporaneamente, con un tocco di estrema delicatezza fra i versi delle sue poesie.
Il mito di Orfeo (1) viene rivalutato come principio in grado di unificare scienza e poesia, natura e arte, individuo e società, difatti Onofri utilizza l’artificio della leggenda, in questo caso quella di Orfeo, al fine di immettersi in un contesto fantastico, fuori da ogni realtà ed in particolare da quella in cui vive e nella quale non si riconosce.
Il mito di Orfeo, quindi, permette al poeta di immergersi nel mondo del sogno, del mistero, della notte, così come è toccato di fare ad Orfeo nella ricerca della sua Euridice entrando nel regno della notte perenne, a metà tra il sogno e l’irrealtà, per riportare la sua amata in vita sulla terra sfidando addirittura le potenze infernali.
Se volessimo fare un confronto tra la vita di Onofri e le vicende raccontate nel mito di Orfeo potremo paragonare la ricerca di Euridice da parte di Orfeo con l’ansia del poeta di ritrovare l’unità poetica, le potenze infernali con gli ostacoli che la società pone nella ricerca di questa unità ed infine la scomparsa di Euridice si potrebbe equiparare alla ricaduta dell’uomo nell’oscurità della notte dopo aver scoperto che la sua ricerca è un inutile sforzo di ritrovare qualcosa che ormai è perso per sempre.
Per cui gli elementi del sogno, della notte, del mistero si presentano agli occhi del poeta sia come unici espedienti che gli permettano di non pensare alla vita fuori dal suo fantasticare sia come elementi incontaminati dalla frammentarietà in cui reputa smarrita la poesia del suo tempo, così come abbiamo evidenziato sopra.
A tal proposito leggiamo la poesia Grido Notturno:

« Notte oceanica, brivido estasiante di stelle!
S’inabissa il mio spasimo; e il livido
ciel che parea minacciare procelle
Si scioglie in un mare d’oblio.
Ma io o musiche, in voi mi confondo,
se ancora la fievole ascolto mia voce
che affiora dal fondo
silenzio, e ricorre alla tacita foce,
a un tremulo oceano di sogno,
cui dolorando agogno
dal mio deserto atroce […]
Ma taci,mia anima, ascolta
le risonanze meste.
Il tuo spasimante grido improvviso d’angoscia
rotolando echeggia lungo l’immensa volta
della lucente cupola celeste,
e si rifrange e riscroscia
dentro i siderei silenzi
del tuo stesso pensiero.
E nel notturno abbandono
invano tu chiedi piangendo: Chi sono? »


Questa poesia ed in particolare l’ultima inquietante domanda finale, rispecchiano lo stato d’animo angosciato di chi vorrebbe uscire da una situazione tormentata ed opprimente ma ogni tentativo di liberazione risulta vano poiché, alla fine, ci si rende conto che l’unica vera realtà è quella in cui si vive, la stessa che rimane muta dinanzi alle grida disperate di chi vorrebbe ribellarsi e dalla quale non ci si può distaccare se non con il pensiero.
La constatazione finale, quindi, porta ogni uomo a non riconoscersi più nemmeno in se stesso.
Rileviamo, inoltre, come nel richiamo ad Orfeo, assumano un ruolo portante elementi quali il potere del canto, il richiamo dell’Infinito, la veggenza, il furore profetico, elementi notevolmente presenti in buona parte della produzione onofriana e, a testimonianza di questo particolare, possiamo fare riferimento alla poesia Il Cipresso :

«Agile, rapido come un pensiero
balzante dall’anima dell’ Infinito
si spreme da terra il mistero
d’un cupo cipresso.Acuito
in un desiderio lo vidi
ch’è inesprimibile, quasi
un’ansia di morte; pur ricco di nidi
fiorito di parvole vite ».


In questa poesia Onofri pensa l’albero del cipresso in senso metaforico per intendere un simbolo di morte, cui si frappone l’immagine della vita rappresentata dai nidi fra i rami dell’albero.
Il poeta, quindi, riesce a convogliare i due poli opposti dell’esistenza, rappresentati dalla vita e dalla morte, in un unico elemento, che in questo caso è appunto il cipresso, come se fossero degli aspetti che, pur escludendosi a vicenda, si compenetrano all’infinito lasciando intravedere un margine di speranza anche dove tutto sembra ormai giunto alla sua fine.
Sottolineiamo che, tuttavia, quello di Onofri è soltanto un pensiero da lui stesso definito «rapido» per cui il margine di speranza rappresentato dalla vita che c’è nei nidi, svanisce nel momento stesso in cui quel pensiero lascia il posto alla cupa immagine della morte.
Un influsso preponderante nella poetica onofriana, deriva da D’Annunzio, la cui poesia divenne in breve il modello di riferimento della generazione dei poeti a lui contemporanei e successivi, oltre tutto la Roma in cui vive e agisce l’appena ventenne Onofri è, dal punto di vista culturale, ancora sotto il travolgente corso della stagione dannunziana dimostratasi inimitabile e rapida nell’espansione a catena fra i vari circoli letterari e culturali, tanto che «tutti erano dannunziani nella capitale di fine secolo».
La presenza di D’Annunzio la ritroviamo, in particolar modo, in Liriche e nei Poemi tragici anche se sotto aspetti differenti.
In Liriche riconosciamo i netti e distinti tratti delle stilizzazioni dannunziane, la cui poesia offre al lettore un insieme di trasfigurazioni che culminano il più delle volte nell’elogio della donna e della sua bellezza, esaltazione che ritroviamo, ad esempio, nella poesia L’Amante nella quale Onofri scrive :« […]Per te forse l’anima sempre si bèi/inespribilmente di morire! », nella quale morire per una donna diventa una beatificazione dell’anima, qualcosa che supera persino il potere delle parole diventando inesprimibile.
L’interesse onofriano per D’Annunzio è riposto, però, anche su un altro aspetto fondamentale del pensiero di quest’ultimo, vale a dire sul mito del superuomo che nelle prime raccolte poetiche di Onofri e in particolare nei Poemi tragici si esplica nel continuo rimarcare d’imprese eroiche anche se l’eroe onofriano è isolato dal contesto sociale in cui vive perché, secondo il poeta, il miglioramento dell’uomo si realizza fuori dalle conquiste sociali e dal progresso tecnico.
Leggiamo, ad esempio, le due ultime quartine della poesia Per il silenzio:


« Ch’io non parli superbo alla mia gente!
Io molto l’amo ed amo i suoi dolori.
Ma che dal suo travaglio io resti fuori,
perch’io lo senta in me più grandemente.
Ed io vi prego, o uomini in tregenda
che mi lasciate alla mia grande pace,
dove ogni vostro strepito si tace…..


Ch’io nulla oda, affinché tutto intenda».
In queste quartine se da un lato il poeta chiede di diventare un’immagine isolata dal contesto sociale in cui si ritrova a vivere, da un altro lato è proprio grazie a questo suo isolamento che vuole ritrovare se stesso per sentire su di sé le angosce ed i tormenti di una civiltà oppressa da una realtà sempre più caotica.
Questo esalta l’eroico che vive nell’intimo di ogni uomo poiché, facendosi carico dei problemi altrui, si distacca da un vivere che non gli appartiene avvertendolo come non suo, ma come estraneo alla sua realtà.
Tra la prima raccolta poetica e la seconda, quindi tra Liriche e Poemi Tragici, avvertiamo subito una notevole differenza.
Nella prima, infatti, a scrivere è ancora un Onofri giovane ed inesperto, mentre nella seconda assistiamo al rammarico del poeta di fronte alla fragilità della condizione umana, soffocata da una realtà insensata di cui non si riescono a captare le più profonde ragioni.
Le immagini principali del suo pensiero diventano la nostalgia, l’ansia per ciò che non si possiede e la noia che devasta gli animi degli uomini, teorie che si riflettono nel richiamo all’ossessione della morte e nell’idea fissa della tomba e da cui consegue la scelta del titolo: vengono definiti “tragici” proprio perché mostrano l’incapacità dell’uomo a conformarsi alle ambiguità della vita.
Parallelamente, però, ci accorgiamo di quanto sia possente la forza di determinazione con cui il poeta ricerca una legge etica capace di conciliare la propria ansia di grandezza, fino a quando ben presto si accorge che la sua è una ricerca vaga ed inutile perché la vita è come un irrisolvibile enigma percorso solamente da profondi solchi dolorosi in cui ci si ritrova soli a combattere.
A tal proposito leggiamo in Solo:

« Promisi. E oggi son, fra tutti, solo.
Di tale amore, di tal odio umano
Non posso amar, né odiare.Sforzo vano!
Son tutti in me.Io amo ed odio un solo.»


In questo caso appare chiaro il riferimento all’eroico nel costante richiamo al proprio io legato con il tema della solitudine umana spunto, quest’ultimo, che possiamo usare come anello di congiunzione con i Canti delle oasi nelle quali la solitudine diviene paradigma di salvezza che si modella non più su un tragico ed eroico destino ma nella ricerca della pace interiore, rievocata dalla figura del fanciullino che porta il poeta a riscoprire l’ingenuità puerile, quando tutto « era nuovo e bello e meraviglioso ».
Considerata sotto tale prospettiva, questa terza raccolta sembra affrontare l’impatto con la vita in maniera più rasserenata perché tutto ciò che è passato si presenta come esitante dinanzi ad una realtà che, vista con gli occhi di un bambino, appare ancora come meta lontana ma tuttavia raggiungibile.
Così come nel caso dei Poemi tragici, anche nei Canti delle oasi Onofri opta per un titolo emblematico, infatti il sole brucia meno proprio in prossimità dell’oasi, metafora questa che indica la ritrovata pace interiore identificata non più nella tematica della notte o del mistero, ma nella luce del giorno così come ci dimostrano i Poemi del sole:

«E allora tutto il giorno avremo calma e sole,
e sempre potremo uscire;
e andremo a vedere bruciare,
appena che il sole aggiorni,
sui monti le carbonare;
e a mezzogiorno, tornando, faremo,
pei boschi giaggioli.»


Leggendo questa poesia notiamo subito che ci viene offerta un’immagine rasserenata e tranquilla, diversa da quella delle precedenti poesie i cui i motivi principali erano la morte,l’angoscia e le varie incognite sul proprio destino.Adesso a splendere è il sole che permette ad ogni uomo di uscire dalle ombre della notte in cui è vissuto fino ad ora per paura del fantasmi del giorno e a godere del calore di un giorno calmo e sereno.
Non trascuriamo, però, il fatto che questo cambiamento di prospettiva è dovuto al fatto che a guardare la realtà sono gli occhi di un fanciullino, inesperto di cosa sia veramente la vita e delle sofferenze che riserva ad ogni uomo.Quindi la pace e la tranquillità che vengono sottolineate in questa poesia sono solamente apparenti e non reali perché, in fondo, esistono ancora l’ansia e la paura della morte.
Ad accomunare tutte e tre le raccolte poetiche onofriane interviene l’uso del “simbolo” ripreso dalla tradizione mistico- romantica, che si serviva di metafore, analogie e rimandi alla realtà sensibile per esprimere stati d'animo, emozioni e sentimenti, e che fa capo alle figure di Novalis e di Baudelaire conosciuti ed apprezzati dal poeta tramite un percorso di letture sostenute dalla ricca biblioteca paterna che permette al giovane Onofri di esplorare lo sconfinato mondo che si apre al di fuori della capitale in cui vive.
Tra i simboli più usati, ricorre frequentemente l’immagine della Tana adoperata come metafora per indicare l’oscurità, una zona negatrice della luce, della libertà, del sole, la ritroviamo leggendo infatti alcune poesie della raccolta Liriche quali Esortazione : «[…] Nell’oscura tana vi si annidò[…] »; oppure in Dall’antro: «[…] Così dall’antro dove il mio destino medita d’ogni semplice elemento della Terra feconda un suo portento volubile salìa […] »; in Inanis flagrans ancora leggiamo :« […] Perché l’anima usata all’angusto abitacolo non sa cantar dei ciel l’infinito miracolo? […] ».
Ritroviamo la stessa metafora nella raccolta Canti delle Oasi ed in particolare, in Elegia dell’amore dove il poeta scrive : «[…] Entra tu nella bassa tana dov’io languisco, tu c’hai l’odore dei fieni dentro i capelli fulvi […] »
L’incontro, in seguito, con le teorie antroposofiche steineriane e con l’occultismo, conosciuti nelle conversazioni e nelle discussioni romane in casa De Renzis, indirizzarono in senso decisamente mistico – religioso la riflessione teorica di Onofri e la successiva poesia orientandola in direzione filosofico-mistica, con l’ambizione di giungere ad esprimere la ritrovata unità dell’io creatore in una spiritualità cosmica liberata da ogni peso della materia.
Nasce da qui la poesia costruita secondo le strutture metriche tradizionali, tesa al consolidamento metafisico della parola.
Ad alcuni amici biografi apparve singolarmente significativa, quasi prova di una purificazione individuale, la data della morte del poeta avvenuta il Natale del 1928.

BIBLIOGRAFIA

S. Salucci, Arturo Onofri, La Nuova Italia, Firenze, 1972
Onofri, Poesie edite e inedite (1900- 1914), a cura di A.Dolfi, Longo, Ravenna, 1982
C.D’Alessio, Il poema necessario.Poesia e orfismo in Dino Campana e Arturo Onofri, Bulzoni, Roma, 1999
A.Dolfi, Arturo Onofri, La Nuova Italia, Coll. “Il Castoro”, Firenze, 1976.
NOTA:
(1) Nella mitologia greca, poeta, musico e cantore tracio, figlio della musa Clio e di Apollo o della musa Calliope e del re di Tracia Eagro. Ricevette in dono da Apollo la lira e ne divenne suonatore insuperabile tra i mortali: quando suonava e cantava, piegava gli alberi e muoveva le rocce, domava le bestie feroci e faceva deviare il corso dei fiumi, inducendo tutti a seguirlo. Partecipò alla spedizione degli argonauti e salvò gli eroi distraendoli dal richiamo delle sirene e placando le tempeste marine col suo canto. Sposò Euridice, bellissima ninfa, che tuttavia morì subito dopo le nozze, morsa da un serpente mentre cercava di sfuggire alle insidie di Aristeo. Sopraffatto dal dolore, Orfeo scese negli Inferi per tentare di riportarla con sé. Incantando sia Caronte che Cerbero, custodi infernali, riuscì ad arrivare al cospetto di Persefone e Ade e dopo avere ammaliato anche loro, ottenne di trarre con sé Euridice a patto di non voltarsi a guardarla prima di avere lasciato gli Inferi. Orfeo, però non resistette e, appena intravide la luce, si voltò ed Euridice scomparve per sempre. Da allora, Orfeo si ritirò sui monti della Tracia, ma in tal modo osteggiò il culto di Dioniso, le cui seguaci, le menadi invasate, lo dilaniarono in un accesso di furore orgiastico. La sua testa mozzata e gettata nel fiume Ebro, continuò a chiamare Euridice finché approdò sulla spiaggia dell’isola di Lesbo dove la seppellirono le muse.
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Hans Ludvig Martensen S.J., Vescovo di Copenaghen — Danimarca, Reincarnazione e dottrina cattolica. La Chiesa di fronte alla dottrina della reincarnazione, Cristianità, Piacenza 1993, pp. 62, £. 6.000

CESNUR. Centro Studi sulle Nuove Religioni, La sfida della reincarnazione, a cura di Massimo Introvigne, Effedieffe, Milano 1993, pp. 240, £. 16.000

     Secondo diverse indagini sociologiche da un quinto a un quarto degli italiani crede nella reincarnazione. La percentuale è più alta fra i giovani e fra gli studenti, e conferma come la nuova religiosità sia un problema che interessa un numero di persone molto maggiore di quello — relativamente piccolo in Italia — di quanti aderiscono ai nuovi movimenti religiosi. Gli studi che rispondono alla sfida della reincarnazione dalla prospettiva della fede cattolica sono invece ancora pochi — particolarmente in lingua italiana — e questa sproporzione fra la straordinaria diffusione della credenza e la carenza di risposte cattoliche è già di per sé significativa. Nel quadro dell’attività di ricerca svolta dal CESNUR, il Centro Studi sulle Nuove Religioni promosso — con altri — da militanti di Alleanza Cattolica, e dell’apostolato che la stessa Alleanza Cattolica svolge in tema di nuova religiosità, hanno visto la luce due strumenti, di natura diversa, che offrono ai cattolici elementi adeguati per rispondere a questa nuova sfida.
     Mons. Hans Ludvig Martensen nasce il 7 agosto 1927 a Gentofte, in Danimarca. Entra nella Compagnia di Gesù nel 1945; compie studi di letteratura, filosofia e teologia ed è ordinato sacerdote nel 1956. Dal 1965 è vescovo di Copenaghen e membro, fra l’altro, del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Fra i più noti specialisti cattolici in tema di teologia luterana, ha pubblicato su questo argomento — e sul tema del battesimo — numerose opere di carattere teologico. Lo studio Reincarnazione e dottrina cattolica. La Chiesa di fronte alla dottrina della reincarnazione — il cui titolo originale è Kirke og reinkarnation. Har kirken fordømt læren om reinkarnation?, "Chiesa e reincarnazione. La Chiesa ha condannato la dottrina della reincarnazione?" — è uscito in danese nel 1991 e viene pubblicato in italiano in una traduzione di don Daniel Adner e collaboratori, curato da Andrea Morigi.
     Lo studio di mons. Hans Ludvig Martensen si apre con un Prologo dell’autore (p. 5) — che fa stato dell’attualità del problema — e comprende sette capitoli, arricchiti da una Nota bio-bibliografica (pp. 51-53) a cura dell’editore. Nel primo capitolo — La Chiesa ha condannato la dottrina della reincarnazione? (pp. 7-12) — il vescovo di Copenaghen muove dalla constatazione della "scristianizzazione generale", che ha favorito anche il successo di "correnti di nuova religiosità che seguono la scia della scristianizzazione. I rappresentanti delle nuove religioni hanno successo perché i cristiani non capiscono più che cosa significa essere cristiani. O perché l’ispirazione cristiana ha perduto forza ed è sbiadita" (p. 11). In questo contesto si diffonde anche la dottrina della reincarnazione, che — intesa come "il pensiero che io possa morire più di una volta" — "[...] è inconciliabile con il cristianesimo" (p. 7). La sfida reincarnazionista esige però una risposta positiva, che "[...] consiste nel riscoprire i valori cristiani" (p. 11), a partire da La risurrezione della carne, che il presule esamina nel secondo capitolo (pp. 13-18): una realtà misteriosa, in cui si tratta di credere "veramente" (p. 13), e che "[...] ha come condizione evidente l’idea che io non ho mai avuto più di un corpo. Altrimenti risorgerei in una pluralità di forme differenti" (p. 14). Il terzo capitolo esamina i Pronunciamenti dei Concili sulla risurrezione del corpo (pp. 19-23), che possono essere riassunti nell’espressione del Concilio di Toledo XI secondo cui "[...] non crediamo, come alcuni vaneggiano, che risorgeremo in una carne aerea o in un’altra carne qualunque, ma in questa nella quale viviamo, esistiamo e ci muoviamo" (Denz. 540). Contro il risorgere di forme gnostiche di ostilità al corpo, nel capitolo successivo — Il senso cristiano del corpo (pp. 25-29) — mons. Hans Ludvig Martensen ricorda che la Chiesa non soltanto ha sottolineato "l’importanza unica del corpo umano", ma ha dato al corpo un valore che "[...] si estende oltre gli anni della durata della vita biologica: si estende all’eternità" (p. 25), proprio nel mistero della risurrezione della carne. Il quinto capitolo esamina Le parabole di Gesù sulla vigilanza (pp. 31-35) e mostra come in queste parabole — che pure non trattano il tema in modo specifico — si nasconda un insegnamento profondo in contrasto con ogni ipotesi reincarnazionista, mostrando come "la grande ora decisiva è irrevocabile" e nella vita si deve scegliere "una volta per tutte"; a chi considera questa dottrina "dura", il vescovo di Copenaghen risponde anzitutto: "[...] scegli, se vuoi essere cristiano o no, ma non mischiare cose cristiane con cose non cristiane!" (p. 35).
     Il sesto capitolo — Il perdono come nuova nascita (pp. 37-42) — va oltre la semplice condanna della dottrina della reincarnazione e cerca di comprendere le esigenze profonde che hanno portato, in particolare, alcune culture orientali a formularla originariamente. Anche queste culture — sottolinea mons. Hans Ludvig Martensen — comprendevano il grande bisogno che l’uomo ha di perdono, il bisogno di essere perdonato per le proprie colpe e i propri peccati. Senza l’ausilio della Rivelazione, le culture orientali hanno immaginato che il male possa essere espiato "attraverso molteplici nuove nascite" (p. 37). Grazie alla Rivelazione, il cristianesimo annuncia la buona novella: noi uomini, da parte nostra, anche "attraverso molti nuovi inizi" non potremmo mai meritare il perdono dei peccati, ma Dio, nella sua misericordia, "ci dona la remissione dei peccati e [...] quindi ci offre un nuovo inizio" (p. 39). Nel capitolo conclusivo — La speranza cristiana (pp. 43-49) — l’autore afferma che la speranza cristiana "[...] è senza confronto più bella e dà un senso di maggior sollievo rispetto all’idea del ritornare sempre-di-nuovo" (p. 45). La speranza cristiana "[...] osa aspettarsi ciò che sembrerebbe impossibile" (p. 47): insieme la risurrezione della carne e il perdono dei peccati. Riflettendo su questi insegnamenti la scelta a favore o contro la dottrina della reincarnazione appare come la scelta stessa a favore o contro il cristianesimo. "Gesù Cristo mi mette davanti a una decisione, dove devo dire sì o no, non posso rimanere neutrale, dopo aver incontrato la sua figura e percepito il suo messaggio" (p. 48). "Dio — conclude mons. Hans Ludvig Martensen — ci doni la risposta giusta e ci rafforzi nella fede della Chiesa" (p. 49).
     Se l’opera del vescovo di Copenaghen è di natura teologica e insieme pastorale, il volume del CESNUR, La sfida della reincarnazione, curato dal suo direttore Massimo Introvigne — che raccoglie e rielabora i contributi presentati al convegno Reincarnazione e nuove religioni tenuto a Foggia il 14 dicembre 1991 (cfr. Cristianità, anno XX, n. 201-202, gennaio-febbraio 1992, pp. 25-26) — intende rispondere ai quesiti sul perché oggi la dottrina della reincarnazione sia così diffusa in Occidente e insieme esaminare le argomentazioni correnti a favore di questa dottrina. Dopo una Introduzione di S. E. mons. Giuseppe Casale, arcivescovo di Foggia-Bovino e presidente del CESNUR, che sottolinea l’importanza del tema nel quadro della nuova religiosità contemporanea (pp. 7-14), il volume si apre con un ampio saggio di Massimo Introvigne sul tema Reincarnazione e nuove religioni (pp. 15-57). Il saggio ripercorre la lunga strada che la dottrina della reincarnazione — mai del tutto assente in Occidente ma coltivata, dopo la vittoria del cristianesimo, soltanto da minoranze — ha percorso fino a essere oggi abbracciata da circa un quarto degli europei e degli americani del Nord. Citando un’espressione di Christoph von Schönborn O.P., oggi vescovo ausiliare di Vienna, l’autore delinea una specifica "via occidentale" alla reincarnazione (p. 23), che nasce nel Settecento con l’opera da una parte di "illuminati", frange occultistiche della massoneria che si fanno propagandiste della reincarnazione, fra cui hanno particolare importanza il principe e massone tedesco Karl von Hesse-Kassel e il circolo degli Illuminati di Copenaghen, dall’altra di "illuministi" (p. 32), che — nel quadro della riscoperta, culminata nella Parigi della Rivoluzione francese, di dottrine estranee al cristianesimo — propagano il reincarnazionismo anche attraverso una letteratura popolare che sarebbe errato trascurare. Nell’Ottocento sono soprattutto lo spiritismo, la rinascita dell’occultismo, l’adesione di occidentali a religioni orientali e l’influenza della Società Teosofica a continuare l’opera di propaganda a favore della reincarnazione. Nel nostro secolo, infine, i rivoli diversi in cui si era frammentato il reincarnazionismo ottocentesco si ricompongono nel New Age, un fenomeno tenuto insieme da pochi elementi comuni, di cui uno è appunto la reincarnazione, che insieme riafferma la pretesa di dare alla dottrina reincarnazionista una fondazione di carattere scientifico, pretesa condivisa oggi anche da nuovi movimenti religiosi come la Scientologia.
     Che la "via occidentale" alla reincarnazione abbia poco a che fare con il reincarnazionismo induista o buddhista è confermato dal contributo di padre Gaetano Favaro, docente di indologia presso il PIME, il Pontificio Istituto Missioni Estere, di Milano, su La reincarnazione nelle religioni orientali (pp. 59-90). Attraverso una puntuale esegesi delle fonti, padre Gaetano Favaro mostra la lenta formazione della dottrina reincarnazionista nell’induismo e poi nel buddhismo, che ne costituisce, dal punto di vista delle dottrine reincarnazioniste, una variante tardiva. Se nel mondo induista e buddhista esistono diverse interpretazioni del tema della reincarnazione, tutte hanno in comune un carattere fondamentalmente pessimistico: la reincarnazione è un male e le religioni nate in India hanno tutte lo scopo di offrire una via per liberarsene, ponendo fine al ciclo delle nascite. Siamo quindi molto lontani dalla presentazione — tipica del reincarnazionismo occidentale moderno — della reincarnazione come una realtà gioiosa, una seconda possibilità che ci evita il dramma della vita unica come momento della scelta decisiva.
     Nel contributo successivo, Primi dati di un’indagine sulla reincarnazione fra gli alunni delle scuole medie superiori di due diocesi italiane (pp. 91-93), Massimo Introvigne e don Ernesto Zucchini, del clero di Massa, analizzano due indagini sociologiche svolte dal CESNUR presso gli alunni delle scuole medie superiori delle diocesi di Foggia e di Massa, su campioni piuttosto ampi: 2.652 giovani a Foggia e 5.455 a Massa. La grande maggioranza dei giovani intervistati sanno che cos’è la reincarnazione e sono spesso in grado — nell’84,3% dei casi a Foggia e nel 67,8% dei casi a Massa — di scriverne una definizione corretta. Fra le fonti di informazione sull’argomento è largamente in testa la televisione, mentre la scuola si trova all’ultimo posto. Una percentuale importante dei giovani — il 31,44% a Foggia e il 43,42% a Massa — afferma di credere nella reincarnazione. In un contributo successivo (pp. 95-122), don Ernesto Zucchini mette in luce come — per quanto sia opportuno distinguere fra nuovi movimenti religiosi e nuova religiosità — fra i due fenomeni non manchino relazioni dirette e, in particolare, la propaganda di alcuni movimenti non sia certamente estranea alla crescita dei consensi intorno alla dottrina della reincarnazione. Don Ernesto Zucchini analizza lo stile di pedagogia e di propaganda con cui la reincarnazione viene annunciata da tre movimenti diversi, uno di origine occidentale — Vita Universale, fondato in Germania dalla "profetessa" Gabriele Wittek —, uno di origine indiana — gli Hare Krishna — e uno di origine giapponese — Sukyo Mahikari —, tutti caratterizzati da un notevole successo propagandistico in Italia. È un successo — ribadisce don Ernesto Zucchini — che non deve essere misurato soltanto in base al numero delle persone che si convertono a questi movimenti religiosi; si deve anche considerare la cerchia più vasta che entra episodicamente in contatto con il loro messaggio e ne rimane influenzata su punti qualificanti, fra i quali la dottrina della reincarnazione occupa senza dubbio un posto privilegiato.
     Gli ultimi due contributi esaminano nel dettaglio alcuni fra i principali argomenti oggi addotti dai sostenitori del reincarnazionismo. Ermanno Pavesi, di Alleanza Cattolica — psichiatra della Clinica Universitaria di Zurigo e segretario della Federazione Europea Associazioni Medici Cattolici —, si occupa delle presunte "prove scientifiche" della reincarnazione che emergerebbero nei ricordi di vite passate, sia spontanei, sia ottenuti da psichiatri e da psicoanalisti dai loro pazienti mediante tecniche ipnotiche (pp. 123-158). Ermanno Pavesi nota che non si tratta di tesi nuove e ne ripercorre il cammino da Franz Anton Mesmer (1734-1813) a Carl Gustav Jung (1875-1961), attraverso l’interesse di scienziati ottocenteschi per i fenomeni dello spiritismo. Lo psichiatra nota infine come queste teorie — che la critica scientifica più seria aveva screditato — siano tornate di moda nel clima confuso del New Age. Occorre quindi riprenderne la critica, esaminando i casi addotti come "prova" della reincarnazione uno per uno. A partire dai casi più spesso citati — come quelli illustrati dall’autore reincarnazionista tedesco Thorwald Dethlefsen, le cui opere sono tradotte anche in lingua italiana — si scoprirà che i riscontri obiettivi sono vaghi oppure inesistenti, come lo stesso Thorwald Dethlefsen — a cui va dunque riconosciuta una certa "onestà" (p. 155) — ha finito per ammettere.
     Il contributo più ampio fra quelli inclusi nel testo — Una critica teologica della reincarnazione (pp. 159-234), di don Pietro Cantoni, docente presso lo Studio Teologico Interdiocesano di Camaiore, in provincia di Lucca — smonta uno per uno gli argomenti — troppo spesso ripetuti, talora anche da autori che si professano cattolici — secondo cui i primi cristiani, o lo stesso Gesù Cristo, o gli apostoli, avrebbero creduto nella dottrina della reincarnazione. Si tratta di un punto che — a fronte di un autentico diluvio di propaganda reincarnazionista su questi argomenti — non può più essere ignorato e lo studio di don Pietro Cantoni ha il merito di esaminare per primo gli argomenti dei reincarnazionisti uno per uno, sulla base della loro stessa letteratura. Dopo aver dimostrato che "nei testi dell’Antico Testamento e nell’antropologia che riflettono non vi è [...] posto per la reincarnazione" (p. 171) — che entra nell’ebraismo solo molto più tardi con alcune correnti della Cabala —, don Pietro Cantoni affronta il Nuovo Testamento ed esamina i vari testi interpretati in modo tendenzioso dalla propaganda reincarnazionista. Così Mt 17, 10-13 viene spesso interpretato come se Gesù parlasse di una reincarnazione di Elia, dimenticando che secondo la Scrittura "Elia non è morto, ma è stato rapito in cielo su un carro di fuoco" e, dunque, evidentemente non può reincarnarsi (p. 177). Anche la parola di Gesù a Nicodemo (Gv 3, 1-10) secondo cui "se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio" è stata interpretata in senso reincarnazionista, ma l’espressione "rinascere dall’alto" si riferisce invece al battesimo e al suo significato di "rinascita ad opera dello Spirito" (p. 182). La domanda dei discepoli a proposito del cieco nato (Gv 9, 1-12), "Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché nascesse cieco?", sembrerebbe indicare che i discepoli, almeno come possibilità, avessero in mente peccati commessi in un’esistenza precedente. Don Pietro Cantoni (pp. 185-189) — senza escludere le ipotesi esegetiche secondo cui l’allusione dei discepoli potrebbe riferirsi alla dottrina rabbinica del peccato nel seno della madre, ovvero ancora alla preesistenza, teoria che non implica necessariamente la reincarnazione — mostra come la vera "posta in gioco di tutto questo dialogo" fra Gesù e i discepoli sia il collegamento diretto o indiretto fra le sventure dell’uomo e il peccato, mentre la dottrina della reincarnazione "[...] è semplicemente fuori dalla sua ottica" (pp. 186-187). Don Pietro Cantoni insiste poi sull’importanza dell’affermazione di san Paolo in Eb 9, 27 secondo cui "[...] è stabilito per gli uomini che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio", espressione che esclude nel modo più netto la dottrina della reincarnazione.
     Lo studio prende quindi in esame l’attribuzione di opinioni reincarnazioniste a diversi Padri della Chiesa, mostrando come si tratti di equivoci, talora grossolani. San Giustino è stato considerato reincarnazionista per un passo del suo Dialogo con Trifone, dove però il filosofo non sta esponendo le sue convinzioni attuali di cristiano, ma quelle di quando era ancora filosofo platonico. Clemente Alessandrino ha parlato dei cristiani come "antichi" per rivendicare la priorità della verità sull’errore, non perché si trattasse di "vecchie anime" reincarnate: del resto, negli Stromati, ha preso esplicitamente posizione contro la preesistenza e la reincarnazione (pp. 196-198). Un ampio dibattito di cui l’autore dà conto (pp. 198-214) verte intorno alle posizioni di Origene, della cui opera I princìpi sono giunte redazioni discordanti. È certo che Origene ha insegnato — ma non è chiaro con quali modalità — una dottrina della preesistenza delle anime, ma si inganna chi crede che la preesistenza implichi necessariamente la reincarnazione, benché chi crede nella reincarnazione creda normalmente anche nella preesistenza. Un esempio moderno di propugnatori della preesistenza che non sono reincarnazionisti è costituito dai mormoni, e un esempio antico è costituito proprio da Origene, che nel Contra Celsum definisce la dottrina della reincarnazione una "pazzia" (p. 204) respingendo non solo "la reincarnazione di anime umane in corpi di animali, ma anche il passaggio da corpi umani ad altri corpi umani" (p. 208). Per altri Padri della Chiesa si tratta di semplici falsificazioni: è assurdo per esempio, nota don Pietro Cantoni, presentare Gregorio di Nissa come un sostenitore del reincarnazionismo quando "nel suo De anima et resurrectione dedica un’intera sezione alla confutazione della reincarnazione" (p. 215).
     L’autore esamina infine il Magistero della Chiesa confutando l’affermazione secondo cui "la Chiesa non ha mai condannato esplicitamente, con una definizione dogmatica infallibile, la reincarnazione" (p. 220). "Certamente è vero — rileva don Pietro Cantoni — che per trovare una condanna esplicita della reincarnazione dobbiamo aspettare il Concilio ecumenico Vaticano II", che, al n. 48 della costituzione dogmatica Lumen Gentium, parla dell’"unico corso di questa vita terrestre" (p. 221). Tuttavia, "[...] la reincarnazione è esclusa dal magistero costante della Chiesa, anche solenne e definitorio, in modo implicito, perché risultano condannati punti di dottrina che sono assolutamente solidali con la teoria della reincarnazione", come "la preesistenza delle anime", la dottrina secondo cui "il giudizio non segue sempre immediatamente la morte", la negazione del legame essenziale fra l’anima e il corpo, e la negazione dell’identità reale fra il corpo terreno e il corpo glorioso nella risurrezione della carne, punti tutti oggetto di precise definizioni dogmatiche (pp. 220-223). Infine, nelle conclusioni del suo ampio saggio — che sono in profonda consonanza anche con le conclusioni dello studio di mons. Hans Ludvig Martensen S.J. — don Pietro Cantoni mostra come il tema della reincarnazione non sia periferico o marginale rispetto al centro della fede cristiana, ma metta in gioco il centro dell’esperienza della fede: la scelta unica, l’"avventura decisiva della libertà" (p. 230), che il cristianesimo propone e a cui il moderno reincarnazionismo invita invece a sottrarsi.

(da alleanzacattolica.org)




27 aprile 2012


L' incontro Nell' appartamento dello scrittore
del libro culto del «Front National»

L' indignado dell' estrema destra:
gli stranieri restino a casa loro

Ammiratori «Conservo con cura le lettere che mi hanno spedito nel tempo uomini di destra e di sinistra, da Mitterrand a Sarkozy» Raspail, ispiratore di Le Pen: «Amo la Francia così com' è»

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE PARIGI - Velieri in bottiglia, bandiere, cartine geografiche. L' appartamento dell' 86enne Jean Raspail, a due passi dall' Arco di Trionfo, parla delle passioni e della curiosità intellettuale di uno scrittore insignito della Legion d' Onore che è stato prima di tutto un esploratore, capace di scendere dal Québec a New Orleans in canoa, di viaggiare dalla Terra del Fuoco all' Alaska in automobile (senza 4x4, era il 1951) e di condurre una spedizione francese alla scoperta delle terre degli Incas. Tutta una vita a conoscere l' altro, il diverso, per ricavarne questa convinzione: «Entrare in contatto con altre civiltà è interessante. Ma preferirei che gli stranieri non europei, tranne eccezioni, restassero a casa loro». Conoscere Jean Raspail è utile per capire come mai 6,4 milioni di francesi abbiano votato Marine Le Pen al primo turno delle presidenziali, domenica scorsa. Sorta di anti-Hessel (l' autore del bestseller «Indignatevi!»), Raspail è un anziano Corto Maltese alto e magro, di grande gentilezza, che nel 1971 si trovava a scrivere in Costa Azzurra, a Boulouris, nella villa prestata da un amico. Erano i tempi della partizione dell' India, del disastro umanitario in Bangladesh. «Un mattina, dalla biblioteca con vista sul mare, mi sono detto: "E se arrivassero?"». Così è nato Le Camp des Saints, libro di culto della destra xenofoba venduto da quarant' anni ai raduni del Front National ma anche bestseller planetario tradotto in decine di lingue, citato da Samuel Huntington nello «Scontro di civiltà» e da Paul Kennedy nel saggio Must it be the rest against the West?, letto e apprezzato dal presidente americano Ronald Reagan e molti altri. Un milione di copie vendute, in 40 anni. «Conservo con cura le lettere che mi hanno spedito nel tempo uomini di destra e di sinistra, tra i quali François Mitterrand, Robert Badinter, Jacques Chirac, Nicolas Sarkozy - sorride Raspail -. Potrebbero servirmi il giorno in cui qualcuno dovesse decidere di portarmi in tribunale». Raspail per la destra radicale è diventato una specie di profeta. «Non me ne vergogno affatto». La trama del «Campo dei Santi» (uscito in Italia nel 1998 per la piccola casa editrice Il Cavallo Alato) è agghiacciante e relativamente semplice: il giorno prima di Pasqua, giunge a Boulouris in Costa Azzurra una flotta di cento navi e battelli fatiscenti con a bordo un milione di persone, la miseria del mondo in arrivo dal Gange. Sono pacifici, denutriti, disperati. Il mondo aspetta la decisione della Francia. Che cosa faranno le autorità? Respingerli con la forza o lasciarli entrare, incoraggiando altri milioni a imitarli e segnando così la fine dell' Europa come l' abbiamo conosciuta? Il governo francese ordina di sparare, invano. L' orda invade il Paese, la Francia e l' Europa muoiono. «Nel mio romanzo descrivo un cataclisma epocale che si produce in 24 ore - dice Raspail - ma penso che le ondate migratorie che conosciamo ormai da decenni raggiungeranno, lentamente, lo stesso effetto. Nel 2050 nelle città francesi gli europei saranno meno del 50% della popolazione. A quel punto la mia profezia si sarà avverata. È una questione di demografia». Jean Raspail non è mai stato portato in tribunale, perché ha scritto il suo romanzo prima della legge Gayssot del 1990 che punisce le «dichiarazioni razziste, xenofobe o antisemite». Nella nuova edizione, uscita l' anno scorso come sempre per Robert Laffont, Raspail si diverte in appendice a segnalare gli 87 passaggi che potrebbero infrangere la legge. Signor Raspail, lei si sente un razzista? «No, niente affatto. Non mi interessano le graduatorie tra civiltà. Vorrei però che la Francia e l' Europa sopravvivessero. Non ho paura dell' islam, ho paura del numero, enorme, di immigrati. La nostra società cambierà, e questo mi dispiace perché io e molti francesi siamo affezionati alla Francia che ci è stata trasmessa dai nostri padri e nonni». Lei per chi ha votato? «Conosco bene Marine Le Pen e mi piace, anche se sull' euro si sbaglia. Ma ho scelto il voto utile, e Nicolas Sarkozy».

Montefiori Stefano
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(da Corrieredelmezzogiorno.corriere.it 30 gennaio 2012)

LA STORIA

De Renzis, il capuano che bombardò casa


Trovato da un nipote il diario dell'ex allievo della Nunziatella che nel 1860 guidò l'attacco dei piemontesi
CASERTA — «Alle 6 del mattino entro in Capua a cavallo con Ferrero. La strada ferrata, la stazione, il campo, erano rimasti senza un albero. L'aspetto della città è squallido, poca gente e certe facce sparute da far compassione. La mia casa è malridotta, tre bombe han incendiato il quarto superiore e incendiata la scala. Molti Capuani nel vedermi vengono a baciarmi la mano, veramente con effusione di buon di sofferenze fisiche e morali. Giovanni ha ritrovato tutta la sua famiglia, povero diavolo, comandava una batteria d'assedio ed aveva la moglie ed i figli dentro la città. Eppoi si parla di Bruto». È il 3 novembre 1860, sette giorni prima Vittorio Emanuele II e Giuseppe Garibaldi si sono stretti la mano poco lontano da Capua, l'esercito Piemontese dei Savoia affronta le ultime sacche di resistenza borbonica, la città che fu anche di Ettore Fieramosca cade in tre giorni sotto le cannonate.

STORIA DI UN SOLDATO -Francesco De Renzis era nato a Capua da Ottavio e Maria Rosa Morvillo, studiò nel seminario di città ed entrò giovanissimo nel collegio militare Nunziatella di Napoli. Prestò servizio nell'esercito borbonico fino al 1860, poi si arruolò a Torino nell'esercito sabaudo. «La sua formazione ispirata ai principi liberali — dice Gliottone — era incompatibile con il governo borbonico che giudicava assolutista e reazionario. Lasciata Capua per Torino, da ufficiale fu fedele ai suoi principi anche quando fu spedito al Sud, per bombardare la sua stessa città di Capua ove ancora abitavano i suoi familiari. Intuibile il dramma interiore che ne portò, ma la sua dignità e coerenza furono sempre salve». Quasi un semestre di cronache di guerra, nel diario di De Renzis, ed anche qualche particolare singolare su personaggi che oggi sono monumenti in piazze dedicate. Come quello riferito al re Vittorio Emanuele II, la maestà che dopo aver ricevuto il saluto da Garibaldi, si occupa delle operazioni militari ma cerca anche «distrazioni». È il primo novembre, sul percorso per Sant'Angelo in Formis, De Renzis si imbatte nel convoglio di Vittorio Emanuele II.

UNO STRALCIO DELLO SCRITTO - Dal diario: «Mentre mi ci reco a cavallo incontro il Re in carrozza. Il Re mi domanda parecchie notizie. Egli è dispiaciuto per un certo numero di prigionieri che sono rimasti in mano del nemico. S.M. mi ha domandato se in S. Maria ci sono belle donne. "V'è n' ha una quantità — gli ho risposto — con i garibaldini ce ne son tante, anzi questa mattina ne ho vista una vestita da uomo che poteva avere un vent'anni. "Vent'anni " ha esclamato il Re aprendo un paio d'occhi di desiderio». Dove si dimostra che donne, giovani soprattutto, si sono sempre incrociate con quanti di un Paese fanno cronaca e storia e ne conservano tra le mani, evidentemente, anche i destini.

Franco Tontoli

 
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5 dicembre 2011


Manovra lacrime e sangue, Monti dimentica la Chiesa
Niente Ici sugli immobili del Vaticano

Politica & Palazzo di Sara Nicoli

     E' di circa 50 mila il numero degli immobili ecclesiastici presenti in tutta Italia. Di questi almeno 30mila sono adibiti ad attività imprenditoriali. Già nel 2005 la Cassazione stabilì che l'esenzione dall'Ici poteva essere applicata solo quando all'interno dell'immobile si svolgesse un'attività meritoria e legata al culto
     La notizia è arrivata dalla conferenza stampa del premier Mario Monti alla Sala Stampa Estera di Roma. Un giornalista straniero ha formulato una domanda scomoda: “Avete pensato ad estendere il pagamento dell’Ici anche alla Chiesa Cattolica?”. La risposta di Monti, il cui volto ha improvvisamente perso l’espressione benevola di solo pochi minuti prima, ha lasciato la platea straniera – e subito dopo anche quella italiana – senza parole. “E’ una questione che non ci siamo ancora posti”. E’ ragionevole pensare che il governo non se la porrà mai. Piange Elsa Fornero sulla deindicizzazione delle pensioni da mille euro al mese, ma sembra non esserci proprio la volontà di operare un recupero di un privilegio che in tempi di crisi diventa sempre più difficile da digerire.
     L’Ici – che poi si chiamerà Imu – la dovranno pagare tutti. E la rivalutazione delle rendite catastali fino al 60% la renderà forse la tassa più pesante che gli italiani saranno chiamati a pagare nell’immediato. La Chiesa, ancora una volta, resta fuori dal novero dei contribuenti dello Stato pur continuando a percepire l’8 per mille.
     Eppure, già nel 2004, una sentenza della Corte di Cassazione stabilì che l’esenzione dall’Ici (già in vigore dal ’92, ma dal cui pagamento erano stati esclusi luoghi considerati “particolarmente meditevoli”) poteva essere applicata solo quando all’interno dell’immobile si svolgesse un’attività effettivamente meritoria e legata al culto. Per fare un esempio, va bene l’esclusione di una chiesa o di un oratorio, ma non quella di un immobile di proprietà vaticana affittato ad una banca. Una sentenza “pericolosa”, a cui corse in soccorso Berlusconi nel 2005. A pochi mesi dallo scioglimento delle Camere, fu approvata una discussa norma che stabiliva l’esenzione dal pagamento dell’Ici per tutti gli immobili della Chiesa cattolica. Un anno dopo il governo Prodi limò la normativa, prevedendo che l’esenzione si potesse applicare solo agli immobili dalle finalità “non esclusivamente commerciali”, ma quell’avverbio – “esclusivamente” – ha permesso alla Chiesa di usufruire dell’esenzione anche per strutture turistiche, alberghi, ospedali, centri vacanze, negozi: è sufficiente la presenza di una cappella all’interno della struttura.
     Il risparmio annuo per la Chiesa – e la perdita netta per il fisco italiano – si avvicinano ai due miliardi di euro. E’ stato stimato approssimativamente in circa 50 mila il numero degli immobili ecclesiastici presenti in tutta Italia (in pratica 1 abitazione su 5), ma un vero e proprio censimento non è mai stato fatto dal catasto, soprattutto sul fronte della destinazione d’uso. Anche perché ciascun ente ecclesiastico può essere titolare di più immobili, affittati o in uso per i motivi più diversi (a Roma persino commissariati di Polizia e Carabinieri sono di proprietà vaticana). Si tratta, comunque, di una ricchezza enorme, che non ha analogie all’estero e che è totalmente detassata. Secondo una stima fatta dai Radicali Italiani qualche tempo fa, in tutta Italia sarebbero presenti almeno 30 mila stabili di proprietà della Chiesa adibiti ad attività imprenditoriali e commerciali diverse.
     La quantificazione del mancato pagamento solo di questi si aggira sui 2 miliardi e 400 mila euro. All’Ici, poi, si dovrebbero aggiungere anche l’ammontare dovuto per altre imposte sia statali che comunali a cui la Chiesa risulta esente (Irpef, Iva e altro) anche questi quantificabili per circa 4 miliardi di euro. Il tutto mentre la Chiesa risulta beneficiaria dell’8 per mille che lo Stato le versa (anche quando il contribuente non ha esercitato l’opzione: a meno che il contribuente non lo destini ad altro scopo, quei soldi vanno alla Chiesa anche se non dichiarato apertamente) e che è una cifra molto alta: dal 1990 al 2007 la Chiesa ha percepito 970 milioni circa di euro dallo Stato Italiano per “l’esercizio del culto”.
     Comunque, per il governo Monti, così attento alle direttive europee, una riflessione sull’esenzione Ici alla Chiesa presto si porrà lo stesso. La notizia, infatti, è che l’Unione Europea ha annunciato (a fine settembre) l’intenzione di aprire un’indagine formale per aiuti di Stato e incompatibilità con le norme sulla concorrenza proprio su questo fronte. Sono tre i punti da chiarire. Oltre all’Ici, c’è anche l’articolo 149 del “Testo unico delle imposte sui redditi”, che “conferisce a vita la qualifica di enti non commerciali a quelli ecclesiastici”, garantendo loro un regime fiscale particolare e favorevole. Infine lo sconto del 50% dell’IRES concesso agli enti ecclesiastici che operano nella sanità e nell’istruzione. Joaquín Almunia, il commissario europeo per la concorrenza, si è lasciato sfuggire che la condanna dell’Italia stavolta sarà “difficile da scampare”. Dopo l’apertura dell’istruttoria, le parti avranno 18 mesi per presentare le proprie ragioni, poi Bruxelles dovrà decidere. In caso di condanna, L’Italia potrebbe chiedere il rimborso all’erario delle tasse non pagate dagli enti ecclesiastici. Ma lo farebbe?


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 (da affaritaliani.it)

Imposimato denuncia gli Usa all'Aja
"Sapevano dell'11 settembre"
di Raffaele Gambari

Lunedì, 10 ottobre 2011
Un avvocato italiano, l’ex giudice istruttore Ferdinando Imposimato, sta preparando una denuncia al Tribunale internazionale penale dell’Aja perché, a suo dire, pur sapendo che era in preparazione l’attentato alle Twin Towers la Cia non fece nulla per fermarlo. Oltretutto, secondo il presidente onorario aggiunto della suprema Corte di Cassazione, che a suo tempo indagò sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, che ora assiste la famiglia come avvocato, titolare dell’inchiesta sull’attentato al papa in piazza San Pietro e già presidente della commissione parlamentare antimafia, le Twin Towers crollarono non soltanto per l’impatto dei due aerei dirottati dai terroristi di Bin Laden. I periti esperti della Nist, un’agenzia federale di sicurezza degli Usa, che hanno svolto un'indagine sull’attentato, ‘’sanno che in quei due grattacieli erano stati collocati degli ordigni, così come in un terzo palazzo adiacente alle Torri Gemelle, la torre numero 7, che crollò su se stessa, come si vede in alcune riprese televisive, senza che in questa ci fosse un impatto con un aereo, come avvenne nelle altre due”.

Ferdinando Imposimato

L’ipotesi di reato che Imposimato, come rivela il magistrato ad Affaritaliani, ha intenzione di formulare “insieme con altri studiosi ed esperti nell’adire presso la Corte penale internazionale dell’Aja, attraverso il procuratore della Corte stessa, è di concorso nelle stragi che l’11 settembre del 2001 causarono 3.000 morti alle Torri Gemelle più altri decessi nell’attacco al Pentagono”.

Di questa storia di presunte commistioni tra servizi segreti statunitensi e Bin Laden, c’è una vasta letteratura internazionale. Fantapolitica o realtà? Di certo, come ha detto qualche giorno fa Imposimato parlando con alcuni giornalisti a Latina, a margine del quarto convegno nazionale dei giudici scrittori, dell’attentato alle Torri Gemelle se ne é discusso nell’incontro di “Toronto Hearings”, un tribunale internazionale indipendente, una sorta di Tribunale Russel, che si è riunito dall’8 al 12 settembre scorsi a Toronto, in Canada, composto da giudici internazionali, che ha ascoltato 17 testimoni. A quell’incontro Imposimato c’era. Da qui la sua intenzione di ricorrere al Tribunale penale internazionale dell’Aja, lo stesso che ha arrestato e mandato sotto processo per genocidio gli autori dei massacri nella guerra di pulizia etnica in quei paesi sorti in seguito al crollo dell’ex Jugoslavia.

Imposimato, perché intende rivolgersi al Tribunale penale internazionale dell’Aja?

“Perché diversi esponenti di vertice della Cia pur sapendo della presenza di terroristi nel territorio Usa fin dal gennaio 2001 provenienti dall’Arabia Saudita e considerarti come sospetti terroristi e pur sapendo che essi erano arrivati a Los Angeles dal 15 gennaio 2001 per addestrarsi sugli aerei da usare come missili contro edifici americani, non informarono l’Fbi, che è l’unico organismo competente a contrastare il terrorismo in territorio americano, in tal modo lasciando che gli attentati avvenissero eseguiti l’11 settembre 2001”.

Chi porterebbe come imputati e come testimoni in questo processo?

“Chiederò di ascoltare gli scienziati e i testimoni che sono stati sentiti nella Ryarson University di Toronto lo scorso settembre, che hanno dimostrato come nelle cosiddette Torri Gemelle e nella terza torre, la numero 7, siano state inserite dolosamente bombe e ordigni incendiari ed altri elementi idonei ad accelerarne il crollo. Ritengo che non aver impedito il verificarsi dell’attacco da parte di chi aveva il dovere di impedirlo, sia una gravissima colpa”.


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(da Il Giornale del 3 luglio 2011)

Ma per il dopo Gheddafi c'è il rischio islamista

di Magdi Cristiano Allam

     Per la Libia è iniziata l'era del dopo Gheddafi. Come in uno spettacolo che deve risultare credibile e appassionante, tutto si sta muovendo nella direzione dello scacco matto al dittatore con un'azione congiunta dei ribelli libici che operano a terra coadiuvati dai bombardamenti dell'aviazione della Nato formalmente legittimati dall'Onu. Lo stesso nome dell'operazione per liberare Tripoli, «Alba della sposa del mare» (Fajr Arus al Bahr), coniato dallo spirito poetico e focoso degli autoctoni, vuole suggellare l'autonomia della rivolta libica e la sua intima sintonia con lo spirito della legalità internazionale. Ormai siamo alle battute finali per il dittatore più longevo del Medio Oriente, al potere da 42 anni.
     Ora siamo tutti soddisfatti e ripetiamo all'unisono che finalmente in Libia s'instaurerà la democrazia, si affermerà la libertà e si garantirà il rispetto dei diritti fondamentali della persona. Il messaggio veicolato dalle cancellerie occidentali e da taluni Paesi arabi che hanno già assaporato la rivolta popolare o che per timore di esserne contagiati inalberano scaramanticamente il vessillo della libertà e della democrazia, è che siamo prossimi a una grande festa di cui tutti possiamo rallegrarci, perché il cambiamento che ci sarà corrisponderà con certezza alla nostra concezione della civiltà e che finalmente la nuova Libia libera e democratica darà il proprio contributo al consolidamento della pace e della sicurezza internazionale.
     Ma è veramente proprio così? Anche dai video trasmessi dall' edizione on line del Giornale, l'avanguardia dei ribelli in marcia sul centro di Tripoli scandisce lo slogan «Allah Akhbar» (Allah è grande) mentre infilza il coltello nell'immagine su stoffa del volto di Gheddafi, tra loro figurano non pochi barbuti che rievocano i combattenti islamici impegnati sui vari fronti della jihad, la guerra santa islamica dall'Afghanistan alla Somalia, esibiscono il comportamento di chi è ispirato dall'odio e dallo spirito di vendetta più di chi esprime con certezza e orgoglio la volontà della maggioranza della popolazione che aspira ad affrancarsi dal dittatore.
     Mi auguro che almeno i comandanti della Nato e i nostri ministri della Difesa sappiano veramente chi sono i cosiddetti «ribelli libici», abbiano la certezza che tra loro non ci sia una consistente presenza di combattenti islamici il cui obiettivo strategico non è la Libia laica e democratica, bensì lo Stato islamico e teocratico. La domanda è d'obbligo visto che lo stesso Gheddafi, così come riportato in un commento pubblicato dall'edizione on line del New York Times lo scorso 4 agosto, ha ammesso di aver negoziato con gli islamici radicali che collaborano con i ribelli libici, per pervenire a un accordo con loro e dissuaderli dal sostenere un progetto di stato laico e liberale.

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(da “L’Occidentale” 29 Luglio 2011)


La politica di bilancio del governo
Il centrodestra recupererà il suo elettorato
solo quando farà cose di (centro)destra
di Giovanni Formicola


     Grande è la confusione sotto il cielo. Credevamo cha a governare fosse il centrodestra e che di centrodestra fosse – culturalmente e politicamente – il ceto parlamentare di maggioranza. Poi ci troviamo al cospetto di una manovra di correzione dei conti pubblici – con l’obiettivo (lodevolissimo!) di raggiungere il pareggio di bilancio e avviare la riduzione del mostruoso debito pubblico e relativo servizio d’interessi, che gravano oltre che sulla nostra su un numero indefinito di generazioni d’italiani a venire – che sembra ispirata dal manuale della “socializzazione fredda”.
     Fredda, perché fortunatamente attuata senza il terrore di Stato, o almeno senza il terrore sanguinario: Equitalia, Agenzia delle Entrate e Polizia Tributaria non sono estranei ai peggiori incubi degl’italiani. Socializzazione, perché come “quella” tende – certo in modo meno radicale – all’espropriazione.
     E non si tratta solo di espropriazione economica e patrimoniale, ma soprattutto della primogenitura, rispetto allo Stato, della persona, della famiglia, dei corpi sociali e dell’intera società. In questione, dunque, più che la finanza pubblica è un’idea della politica, che discende naturalmente da una concezione antropologica. E stupisce davvero che il centrodestra opti di fatto per una visione, che è troppo lontana dalle radici culturali che definiscono la sua collocazione politica e dalle aspettative del suo elettorato, per non indurre il sospetto che sia ormai infiltrato di cultura socialista o vittima della di essa egemonia dura a morire.
     Tali radici e aspettative consistono – non senza sfumature e differenziazioni di sensibilità, di toni e di sottolineature, che tuttavia rimangono variazioni sul tema – nell’idea che la persona, la famiglia, i corpi sociali e l’intera società civile vengano prima dello Stato e del governo, e che questi debbano gravare il meno possibile su tali realtà primarie, di cui sono piuttosto il momento organizzativo – irrinunciabili garanti dell’ordine, della sicurezza e del bene comune – che fattore costitutivo e regolativo tendenzialmente totale.
     Già nel 1792 (nel 1792!) uno dei padri della Costituzione degli Stati Uniti d’America individuava, profeticamente, il pericolo per la libertà e per l’autogoverno della società, che nel suo contesto politico s’identificava con i singoli “Stati” dell’Unione, rappresentato dalla dilatazione delle competenze dello Stato e del governo centrali. “Se gli uomini del Congresso potessero stanziare denaro senza limiti per il benessere generale, di cui immaginano di essere i soli e i supremi giudici, finirebbero per occuparsi personalmente persino della religione; pretenderebbero di nominare gli insegnanti in ogni Stato, contea o parrocchia e di pagarli con i soldi dell’erario pubblico; potrebbero assumere personalmente il controllo dell’edu-cazione dei bambini stabilendo in tal guisa scuole in ogni parte dell’Unione; si farebbero carico dei bisogni dei poveri; potrebbero voler regolamentare tutte le strade, non solo quelle proprie dei percorsi postali; in breve, ricadrebbe sotto il potere del Congresso tutto ciò di cui dovrebbe occuparsi la legislazione dei singoli Stati, dagli obiettivi più generali ai più minuziosi provvedimenti di polizia”. Da questo principio dell’esistenza politica derivano alcune conseguenze – non posso certo elencarle tutte – sul piano della filosofia sociale.
     In base a tali conseguenze, mi sembra evidente che non è e non può essere solo questione di aliquote e di riduzione delle tasse. Soprattutto se questa è sostanzialmente apparente, cioè a “costo zero” per l’erario, in quanto compensata con un (depressivo) aumento dell’IVA. Vero e proprio pizzo di Stato sulle transazioni commerciali, quest’ultima, che grava sul consumatore (fa rima con peccatore?), il quale paga anche le tasse sulla parte del suo reddito che se ne va in IVA, come le paga sulla parte di reddito che se ne va in accise sui carburanti, trattandosi d’imposte detraibili solo pochissimo e per pochissimi.
     Se l’italico centrodestra crede dunque di “comprare” il proprio elettorato con un po’ di economia (peraltro, allo stato, più promettendo che facendo), temo si sbagli. Anche perché la centralità dell’economia è rivincita postuma del marxismo, come sua rivincita postuma è la lotta bancario-statalista alla circolazione del contante, la cui abolizione per controllare definitivamente e totalmente la società e le sue dinamiche era precisamente il programma (fallito) di Lenin.
     Il centrodestra, invece, ricupererà – e anche alla grande – i suoi elettori, che sembrano essere rimasti a casa nelle ultime consultazioni amministrative piuttosto che avventuratisi a sinistra, solo se e quando farà cose di (centro)destra, tra le quali, certo anche la riduzione (vera) delle tasse, ma in quanto parte di qualcosa di più strutturale.
     Si tratta, anzitutto e né più e né meno, di ridurre lo Stato e la sua spesa. Ciò che i politici sono sempre più riluttanti a fare, perché se lo Stato governa tutto, chi governa lo Stato ha un enorme potere, e questo è troppo seducente per chi non abbia una solida formazione culturale e morale conservatrice e, perché no?, cristiana. Ma l’iper-trofia dello Stato è precisamente il carattere proprio – e rivendicato – d’ogni socialismo.
     Lo Stato è stato (la cacofonia è intenzionale e antistatalista) ed è, con le banche, il principale fattore dell’attuale crisi economica, e non la sua soluzione o argine, come pensa Tremonti. Sono state le sue inframmettenze nel sistema creditizio, come tutti coloro che vogliono sapere sanno, e soprattutto la pretesa di finanziare e far finanziare il non finanziabile a far saltare un mercato, quello mobiliare-finanziario, che spesso non è amico di quello reale, come insegna il Papa nella Caritas in veritate (n. 21). Così come ogni rischio di default che riguarda gli Stati, non dipende dall’econo-mia libera, ma dalla sua sostituzione con l’utopia egualitaria, perseguita dai governi che si sono dati il compito di distribuire dall’alto il benessere, sottraendolo, novelli Robin Hood, ai ricchi che egoisticamente avrebbero voluto esserne gli unici gelosi titolari. Gli Stati in crisi sono in crisi perché si sono gonfiati come le rane, e ora rischiano di scoppiare, non perché hanno concesso troppa libertà economica alla società.
     Ridurre lo Stato, dunque. Questo significa capire che i conti privati importano più di quelli pubblici, che la tenuta di questi se è a scapito dei primi è una falsa tenuta e un’autentica rapina, che, anzi, è dalla salute dei conti delle famiglie e di chi produce che dipende quella del bilancio dello Stato. Significa, dunque e anzitutto, re-invertire l’ordine dei rapporti.
     Sono la persona, la famiglia e i corpi intermedi, come le imprese, a meritare la presunzione del diritto in una controversia, non la piovra amministrativa, che dev’es-sere invece lei a provare la legittimità delle sue pretese: l’onere della prova non incombe sul contribuente, ma sul governo.
     Sono le persone e i corpi intermedi i primi, naturali e fondamentali titolari del reddito e dei beni che producono o che hanno ereditato, e non lo Stato, che quindi deve chiedere con garbo e sottovoce quello che ritiene possa servirgli per il bene comune, dopo aver trattato le proprie richieste con le rappresentanze della società.
     Sono i diritti accertati delle persone e dei corpi intermedi a dover godere della clausola di esecutività, e che quindi vanno immediatamente soddisfatti, e non quelli meramente affermati da parte dello Stato come avviene oggi (solve et repete): le ganasce fiscali sono socialismo allo stato puro, e l’elettorato del centrodestra non è punto socialista (in senso tecnico).
     Insomma, lo “Stato deve essere ridotto alla forma più semplice. Esso deve aver un buon esercito, una buona polizia, un ordinamento giudiziario che funzioni bene, fare una politica estera intonata alle esigenze della nazione: tutto il resto deve essere abbandonato all’attività privata”. Difesa delle frontiere (non solo dalle invasioni armate, ma anche da quelle apparentemente incruente), tutela della sicurezza, dell’ordi-ne pubblico e dell’identità culturale e religiosa nazionale, politica estera e, se vogliamo, le grandi infrastrutture: questi i compiti naturalmente propri del governo. Solo così avremo uno Stato snello il giusto per non pesare sulla nazione. La riduzione delle tasse, e cioè l’incremento di libertà per la società, che oggi lavora forzosamente più di sei mesi all’anno per lo Stato, inizia da qui. Inizia da un’azione politica tendenziale, graduale, ma inesorabile in questa direzione, affinché lo Stato sia per la società e non la società per lo Stato, così come la società è per l’uomo e la famiglia e non l’uomo e la famiglia per la società. È la sussidiarietà, principio di libertà e di efficienza, che genera la solidarietà.
     Nel 1993 non feci vacanze (avevo già quattro dei miei cinque figli): tutti i miei (pochi) risparmi se li prese Amato. Quando succede qualcosa del genere, vuol dire che il patto sociale è già rotto, come gli storici Tea parties ritennero a ragione rotto il patto sociale con la Corona britannica.
     Si dirà, però, che adesso la rapresentation c’è, e quindi ogni taxation è legittima. Rispondo che, se così fosse, il Parlamento non sarebbe il sostegno del governo, ma il suo interlocutore dialettico come rappresentante degl’interessi sociali, come in fondo ancora accade nei rapporti tra Presidente e Congresso negli USA. Rispondo, che se così fosse, al popolo sovrano non sarebbe impedito di pronunciarsi con il referendum sulle leggi tributarie. In realtà, la società oggi non può in alcun modo difendersi dalla pretesa fiscale che la strozzi, se non degradandosi nell’illegalità dell’evasione.
     Si dirà e si dice, ancora, che siamo su un Titanic che rischia di affondare. Do per buona la tesi, ma ne contesto l’idoneità a giustificare le soluzioni che purtroppo non differenziano più il centrodestra dal centrosinistra: le famose “mani nelle tasche” o nei patrimoni o nei conti correnti dei cittadini.
     Veniamo al caso concreto italiano. Siamo soffocati da un mostruoso debito pubblico, eredità della pessima esperienza della Prima Repubblica. Quando sento qualcuno rimpiangerla, quando sento pontificare uomini come Cirino Pomicino, che rivendicano con assurdo orgoglio le politiche di bilancio tutte fondate sul debito, davvero la mano corre idealmente alla rivoltella che non possiedo e non ho mai posseduto. Quegli uomini – e la loro memoria non sarà mai damnata abbastanza per questo: altro che tangenti, il futuro ci hanno rubato! – hanno fondato il loro potere sull’emissione di cambiali che sapevano bene non sarebbero mai stati chiamati (loro) ad onorare, ma che avrebbero avvelenato il futuro di generazioni d’italiani, tra i quali noialtri.
     Gli uni lo facevano per nutrire clientele e alimentare greppie pubbliche da cui trarre consenso, gli altri per un forsennato ugualitarismo nutrito d’invidia sociale. Era quello che fu definito “consociativismo” tra maggioranza e finta opposizione (finta perché tale non può definirsi una forza politica che vota a favore o si astiene, dal finire degli anni 1960, in occasione di ogni legge di bilancio). Geniale: ci facciamo prestare danaro con il quale pagare pensioni a quarantenni, dilatare il pubblico impiego, perequare la società, intraprendere opere pubbliche senza sbocco, entrare nell’econo-mia e produrre in perdita, fingere che sanità, istruzione e trasporti possano essere assicurati a tutti praticamente gratis, e contemporaneamente aumentiamo le tasse per pagare gl’interessi del debito che ogni anno aumenta e per colpire i ricchi. Si stava realizzando – e si sta realizzando – quello che Hilaire Belloc chiamò lo “Stato servile”: una società in cui una minoranza lavora e produce per mantenere con le tasse – fino a due terzi del reddito, cioè fino a due terzi del proprio tempo, della propria vita, e talora anche oltre – una maggioranza di assistiti a vario titolo.
     Ora che i nodi sono tutti venuti al pettine, chi deve pagare? Perché noi? “Perché lo Stato siamo noi”, si dice, e quindi offrire questo “contributo di solidarietà” è doveroso, e più siamo “ricchi” più dobbiamo pagare. Ebbene, questa formula è la più totalitaria e liberticida che si possa immaginare: se “lo Stato siamo noi”, noi Stato su di noi società possiamo tutto… No. Lo Stato sono “loro”, e devono lasciarci in pace tanto quanto – e non dev’essere poco – è possibile. E quindi i debiti dello Stato li paga lo Stato. Come un buon padre di famiglia – che corregge, e talvolta punisce, i figli quando sbagliano, ma né si sostituisce a loro nelle scelte legittime di vita, né pensa di nutrirsi novello Conte Ugolino del loro sangue –, mutatis mutandis, anche lo Stato quando è in difficoltà riduce le spese, abbassa il proprio tenore di vita, rinuncia al superfluo e agli sprechi, magari vende qualche proprietà, ma non ipoteca il futuro di coloro che gli sono stati affidati.
     Non sono contro l’austerità dei costumi e del tenore di vita. Tutt’altro. Ma questa deve riguardare la compagine statuale – e solo nella misura in cui è la sua austerità a riverberarsi sulla società è accettabile parlare di sacrifici –, non la vita privata dei cittadini e delle famiglie, come se la riuscita sociale ed economica sia una colpa da far pagare.
     Mi pare che la politica di bilancio del governo – per quanto necessitata da una congiuntura internazionale tanto sfavorevole quanto causata dagli errori del burocratismo centralista e statalista, nonché dalla prevalenza dell’economia monetaria e finanziaria su quella reale – vada nella direzione sbagliata, cioè non tocchi le cause del malessere, ma le aggravi, togliendo energie al corpo sociale e soffocandolo. Il troppo di sangue, che genera ipertensione, vertigini e squilibri, e che va salassato, circola nelle vene dell’apparato pubblico, non in quelle della società civile. La soluzione scelta – soprattutto quando colpisce le famiglie – è difficile pensare che sia di centro destra. Certo è sbagliata.
     E se è vero e sacrosanto che, come sostiene Tremonti, il pareggio di bilancio dovrebbe essere imposto dalla stessa Costituzione, tale ipotetica e auspicabilissima norma andrebbe emendata con una semplice clausola dello stesso rango giuridico: tale obiettivo non può essere raggiunto aumentando, direttamente o indirettamente, il carico dei tributi, diretti o indiretti che siano. Insomma, è vietato pareggiare il bilancio con i soldi nostri, mettendoci le mani nelle tasche.
     Solo tornando ad essere senza complessi e orgogliosamente centrodestra e, poiché agere sequitur esse, a fare cose di (centro)destra come questa, il governo e le forze politiche che lo sostengono ritroveranno il consenso perduto. Altrimenti i loro (già) elettori continueranno il proprio volontario esilio in patria.

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(da Il Giornale del 3 luglio 2011)
Venticinque tesi contro il matrimonio (più una)
di Marcello Veneziani

Nel matrimonio l'unione fa la for­ca. Venticinque motivi (più uno) per non sposarsi

*Nel matrimonio l'unione fa la for­ca.
*Il matrimonio ci raddoppia fuori e ci dimezza dentro.
*Nel matrimonio c'è sempre uno di troppo.
*Il matrimonio serve solo a blindare la propria solitudine.
*Se l'amore è un in­cendio, il matrimonio è il suo pompiere.
*Eros sta al matrimonio come il caffè alla posa.
*I gay che vogliono sposarsi sono come uccelli che chiedono il guinzaglio.
*Nozze, voce imperfetta del verbo nuoce­re. Egli nozze, cioè fece del male a sé e agli altri.
*Matrimonio, lo dice la parola, è incentrato sulla donna-mater. Gli uo­mini che c'entrano?
*Dicesi posato chi è assennato, equilibrato. Sposato è evidentemente la sua negazione.
*Dicesi spos­sato chi è stanco. Sposato è uno così stan­co che non ha più nemmeno la forza di doppiare la esse.
*Ci sono feste nuziali così lunghe che a fine ricevimento già matura l'idea di separarsi.
*Il matrimo­nio i­mpone compagnia a chi vuol star so­lo e isola chi cerca compagnia.
* L'adulte­rio è un salvavite. Mette in sicurezza l'im­pianto nuziale.
*Anziché sposarvi, spo­sacchiatevi qua e là. Se va bene l'albergo diffuso, perché non il matrimonio diffu­so?
*La peggior offesa a una persona è dir­le: è da sposare. Traduci: è preziosa co­me un'aspirapolvere.
*Ogni matrimonio è d'interesse. Se non degli sposi, certo del prete, del fioraio, del mobiliere, del ristorante, dei negozi, infine dei legali per la separazione.
*Il menage nuziale precorre la castrazione chimica. Se non si fanno le nozze coi fichi secchi, figurate­vi se durano le nozze con gli ormoni sec­chi.
*L'anello nuziale è il primo braccia­letto per sorvegliare i condannati.
*Un matrimonio duraturo regge su calcolo, bisogno e rassegnazione.
*Il più bel do­no del matrimonio è la vedovanza.
*Il kil­ler dei matrimoni è l'amore, perché fini­sce o rinasce altrove.
*Le quattro stagioni dell'eros nel matrimonio: piacere, routi­ne, condanna, evento.
*Come nei regimi dittatoriali, così nei regimi nuziali si pas­sa dalla dissidenza alla resistenza fino al­la lotta di liberazione.
*Sposarsi sostitui­sce la breve eternità dell'amore col lungo decesso del matrimonio.
*Chi pensa que­ste cose del matrimonio è perché a lui è andata male.

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Intervista a Piero Buscaroli



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     (da Il Giornale del 2 aprile 2011)
Cacciate quello studioso, è un cattolico vero
di Marcello Veneziani


Sale il coro contro Roberto de Mattei, vicepresidente del Cnr,
studioso di valore ma cattolico integrale 

Il Prof. Roberto De Mattei vicepresidente del C.N.R.

     Cacciatelo, crede nel disegno divino. An­cora una volta sale questo coro contro Roberto de Mattei, vicepresidente del Cnr, studioso di valore ma cattolico inte­grale. Ogni volta che il professor De Mat­tei critica Darwin, l’evoluzionismo e il rela­tivismo, combatte l’aborto e l’eutanasia, e infine sostiene che le catastrofi sono un castigo divino, i difensori della libertà e della tolleranza insorgono indignati non per criticarlo, come è comprensibile, ma per cacciarlo dal Cnr. La convinzione che le catastrofi siano un segno divino non è una trovata aber­rante di de Mattei o di qualche setta inte­gralista, ma è la fede che ha percorso per millenni non solo la dottrina cattolica, co­me sostiene lo stesso de Mattei, ma le prin­cipali tradizioni religiose del pianeta; ebraica, cristiana, islamica e pagana. In questi giorni si è parlato di collera divina e castigo celeste pure in Giappone, esente dai monoteismi.
     È il rovescio della Divina Provvidenza: se credi che la mano divina intervenga pietosa nella storia, è coerente credere che intervenga anche per punire. Conosco de Mattei da una vita e mi ha sempre colpito, pur senza condividerla, la sua fedeltà intransigente alla dottrina cat­tolica. Non riesco a pensare un Dio immer­so nella storia che assegna terremoti e sal­vataggi, premi e punizioni. Ma ha ancor meno senso una fede comoda e ruffiana con lieto fine, dove c’è il paradiso ma non c’è più l’inferno, o è vuoto. È uscito in questi giorni un film terribile, «Non lasciarmi», dove un gruppo di cloni umani viene allevato per fornire pezzi di ricambio all’umanità. Dopo gli espianti d’organi, le loro giovani vite «completa­no » il loro corso, cioè muoiono. Ma quei cloni sono ragazzi e hanno emozioni, pen­sieri, amori, anima. A pensarci, quel Dio crudele che manda catastrofi per liberare dal peccato è come quella Scienza crudele che manda a mori­re le sue creature per liberare dalle malat­tie.
     Anche lo scientismo ateo ha le sue vitti­me ed esige, come il Dio del Vecchio Testa­mento, di sacrificare Isacco in suo nome. Che dite, cacciamo pure i ricercatori che credono nella Scienza assoluta, o più sag­giamente puniamo le violazioni ma non le convinzioni?

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(da Corriere della Sera 11 gennaio 2011)

ELZEVIRO

Dialogo con l’Islam un circolo vizioso
Capire gli altri senza essere ricambiati
di Raffaele La Capria


     In un precedente articolo ho fatto alcune considerazioni elementari sul diritto di reciprocità tra noi e gli islamici, considerazioni che resterebbero tali senza modificare la situazione esistente se, come ho scritto, non fosse in atto da molti anni una silenziosa avanzata demografica degli islamici in Europa che fa pensare che prima o poi l’Islam conquisterà la maggioranza.
     «Gli immigrati di fede islamica sono infatti sempre più in crescita - avevo scritto - si calcola che entro il 2050 saranno circa il 25 per cento della popolazione, mentre la tendenza demografica degli europei è sempre in diminuzione. Questo significa, dice il senso comune, che nel 2050 avremo i vincitori in casa senza aver fatto con loro nessuna guerra». E allora per forza di cose e forza numerica essi potranno dire tranquillamente: io posso fare a te quello che tu non puoi fare a me, perché è così che essi intendono il diritto di reciprocità. Ma ci sono altri elementi che sollevano qualche preoccupazione. Per esempio il relativismo culturale, che è proprio della civiltà occidentale, fa sì che noi e tutta la nostra cultura siamo orientati a capire l’Altro, il suo mondo, il suo modo di pensare, i suoi sentimenti, la sua religione, insomma il contesto che lo determina e la sua civiltà. E questo è un bene. Molti libri importanti sono stati scritti da antropologi e studiosi su questi argomenti. Ma quando questo civile e meritevole relativismo si scontra con la radicale affermazione della propria identità difesa dall’Altro fino alla morte, è logico che questo relativismo ci renda più deboli.
     Un’altra causa di debolezza è l’odio di sé che si va diffondendo in Occidente: noi non ci amiamo più, non consideriamo più con la dovuta sacralità i principi che reggono le nostre società, un senso di colpa e di frustrazione ci accompagna, c’è il sentimento di una decadenza inarrestabile che ci colpisce malgrado tutti i traguardi raggiunti dalla scienza e dalla tecnica, anzi forse proprio a causa di questi è nata una insoddisfazione, che rende le nostre vite prive di quella spiritualità necessaria a sostenerle. Insomma non abbiamo più fiducia in noi stessi, proprio quando ne occorrerebbe molta per salvare la nostra civiltà, che è quella irrinunciabile dei diritti umani.
     Che fare? Si può mutare l’identità altrui o la propria semplicemente volendolo? Possiamo inventarci una mentalità universale portatrice di pace per tutti come sarebbe auspicabile? La mia risposta è: non lo so. Forse. Chissà. E poi c’è la Modernità dell’Occidente che con la sua cultura, la sua tecnologia, il suo libero stile di vita e le sue credenze, viene considerata dal mondo arabo-islamico, oggettivamente, una minaccia distruttiva delle sue tradizioni e dei suoi valori. Ma con la Modernità un dialogo, sia pure ambiguo, esiste ed è inevitabile, in quanto esiste uno scambio. Dove si vede che gli interessi reciproci sono più forti di ogni idealità contraria.
     Allah, nella sua infinita preveggenza, ha elargito ai suoi fedeli i doni base per la sopravvivenza dei più: il dattero e la banana per cibarsi, il cammello per muoversi nel deserto e trasportare le merci. Ma pensando al futuro ha donato, per fronteggiare la Modernità degli infedeli, anche la merce più preziosa: il petrolio. La modernità si regge sul petrolio, il petrolio è il sangue che scorre nelle sue vene, e il petrolio è in gran parte in mano islamica. Mettiamola così: chi ha il petrolio è un rentier, non ha bisogno di fabbriche e industrie, non di operai e di classe lavoratrice, vive di rendita vendendo il petrolio. Col petrolio può comprare tutti i prodotti che le fabbriche dell’Occidente mettono in vendita, e soprattutto può comprare le armi, le armi di ogni specie, le armi sempre più distruttive che le fabbriche dell’Occidente insensatamente producono a ritmo incalzante. E qui si crea il circolo vizioso dello scambio: gli islamici hanno il petrolio che è vitale in Occidente per mandare avanti tutto ciò che si muove, il macchinario delle fabbriche, le automobili, gli aerei e ogni mezzo motorizzato.
     L’energia è data dal petrolio, senza il petrolio tutto si fermerebbe. E allora accade che col petrolio gli islamici comprino le armi e con le armi gli occidentali comprino il petrolio. Con un piccolo particolare non trascurabile: che le armi vendute in cambio di petrolio servono ai terroristi per combattere e possibilmente distruggere l’Occidente. Ogni bomba di kamikaze esplosa, ogni colpo di bazooka, ogni mina, e ogni arma di offesa usata contro gli occidentali è prodotta e venduta dagli occidentali.
     È questo il circolo vizioso ed è questo per ora l’unico assurdo dialogo tra noi e loro. Anche qui sarebbe lecito domandarsi: che fare? La mia sincera risposta di fronte a tanta follia è: non lo so.

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(da Il Giornale del 22 dicembre 2010)

Una gioventù bruciata assetata di trasgressione

di Marcello Veneziani

Ragazze e ragazzi che scendete in piazza e di­scendete da quelle fa­miglie un po’ sfasciate come le vetrine o addirittura bruciate come le auto e le ca­mionette, ho capito chi vi ispi­ra. Non dirò come vi aspettate, la sinistra o le sue frange estre­me, i docenti incattiviti, che fal­liti come ricercatori si rifanno come ricercati. E nemmeno i centri sociali,i black bloc o l’in­­filtrato brigadiere Tonino Di Pietro. Lascio ad altri il compi­t­o di notare tutto questo prese­pe. Io dico che voi siete seguaci ignari di un dio antico, precri­stiano, che riaffiora periodica­mente, si rivide nel Sessantot­to, e si vede ribelle nelle feste aggressive all’aperto come nei festini trasgressivi al chiuso. Vi ha stregati Dioniso, lo stes­so dio che rovinò molti vostri padri. Siete diventati suoi de­voti a vostra insaputa. Voi cre­dete che si viva meglio oltre­passando il confine, violando la zona rossa, trasformando le inibizioni in esibizioni, var­cando i limiti imposti dall’au­torità, dalla natura, dalla vita e dalla legge. Voi pensate che li­berando le energie di dentro, gli impulsi, i desideri, sarete più felici e più veraci, liberi e sovrani della vostra vita. E a vo­stra insaputa, come accadde già ai vostri genitori ma in altre storie e per altri mondi, avete bruciato il dio della forma e della luminosità,dell’ordine e della misura, che per i greci era Apollo, e siete diventati seguaci di Dioniso, che per i romani era Bacco. Lui è i l dio vitale dell’ebbrezza e del delirio, i l dio notturno e trasgressi­vo, il signore della società liquida versata negli ecces­si e della festa selvaggia, questa sì veramente selvag­gia, cari americani grezzi. Ho pensato a Dioniso in tre occasioni diverse. Guar­dando gli scontri d i piazza, i fuochi appiccati, i l delirio di partecipazione ad una festa furiosa, indipenden­temente dalle ragioni del­la protesta. Attratti dalla confusione, vogliosi d i var­care la zona rossa, il divie­to che eccita il delirio di tra­sgredirlo. U n Gasparri esa­sperato funge da alcol per appiccare i l culto dionisia­co del fuoco. La peggior violenza che ho visto nei cortei non è stata negli scontri m a quell’aggressio­ne assurda tra compagni: una violenza insensata, che abbatte l’altro come i n un gioco virtuale, una vio­lenza che non è figlia di uno scontro personale m a di u n clima, di u n contagio elettrico che c’è nell’aria e che fa paura. Il peggior de­lirio dionisiaco. Poi sono andato al cine­ma e ho visto «La bellezza del somaro», animale dio­nisiaco presente nella sua mitologia e nel suo profeta Zarathustra-Nietzsche. Il film, scritto da Margaret Mazzantini e protagonista Sergio Castellitto, è l a foto­grafia grottesca, diverten­te anche se esagerata, de­gli effetti collaterali e d epi­gonali di Dioniso: dal ses­santottismo patetico alla gioventù scoppiata del pre­sente, i genitori permissivi e giovanilisti superati dal­l a trasgressione senile del­la loro figlia, in un quadro d i famiglie dionisiacamen­te deliranti e ormai dissol­te. Devote a Lacan, poi a Hillman, infine al Nulla surreale delle canne. Nel frattempo leggevo uno scritto giovanile di Giorgio Colli, «Apollineo e dionisiaco», ora edito da Adelphi. Sin da giovane Colli amò i presocratici e Nietzsche, e come lui divi­se il mondo in un’opposta devozione: a l dio della for­m a espressiva, Apollo, e al dio dell’interiorità libera­ta, Dioniso. Estetica con­tro estasi. Il testo mi pare­va acuto e originale fino a che h o pensato che Colli, e forse un po’ anche Nietz­sche, usa due suggestive categorie mitologiche ma ricalca una vecchia dicoto­mia scolastica: Apollo e Dioniso sono gli pseudoni­mi di Classico e Romanti­co. A l primo si addice il cul­to armonioso della forma espressiva, il senso dell’or­dine e della misura, la rego­la e il confine. Al secondo invece si addice la tempe­sta dell’interiorità, la con­fusione degli elementi, la mescolanza e il caos, l’eb­brezza e l’orgia, l a malattia e l’eccesso. Vuoi vedere che pensando di seguire Nietzsche e l a filosofia pre­socratica, Colli parafrasa­v a D e Sanctis e la critica let­teraria dell’Ottocento? Vuoi vedere che Apollo e Dioniso sono i nomi d’arte del bello e del sublime in Kant? Anche gli autori che Colli divide in dionisiaci e apollinei, potrebbero divi­dersi in classici e romanti­ci, senza colpo ferire. I ro­mantici Beethoven e Wa­gner, Shelley e Keats, Hol­derlin e Leopardi, ribattez­zati dionisiaci... Prima del­le piazze, Dioniso si vide nelle biblioteche, con Ke­reny, Zolla, Maffesoli. Ma torno dai libri alle prote­ste, portandomi appresso il libro di Colli come uno strano tom tom per orien­tarmi nelle strade della ri­volta. «Quando la sua soli­tudine trabocca di vissu­tezza egli sente il bisogno di agire, di comunicarsi agli uomini e cerca affan­nosamente simboli visivi che esprimano i l suo inter­no »; non è u n verbale della polizia, grazie a Dio, ma forse spiega l’anima della rivolta più delle rivendica­zioni politico- sindacali­studentesche. La voglia di varcare il limite, di vivere di più in una festa primiti­va e crudele, di sfasciare il mondo di cui sono figli e utenti. Certo, poi ci vuole l’apollinea polizia per fre­nare le violenze dionisia­che. Dioniso è pure il dio dell’ebbrezza e dell’orgia, della droga e del fumo, del­la velocità e dell’ubria­chezza. E la passione dioni­siaca per l a notte, per gene­razioni che dormono di giorno per vivere la notte. Dioniso il mutante offre una versione al coperto, da delirio domestico-not­turno e una versione da strada, d a delirio diurno d i piazza. Voi pensate che vi spinga in piazza Berlusco­ni o la Gelmini; e invece è Dioniso, ai saldi di fine sta­gione. Un Babbo Natale capo­volto per il vostro consumi­smo rovesciato.



(da Il Giornale del 1 ottobre 2010)

CULTURA
 

Il padre dell’Italia unita? Altro che Cavour, è Dante

di Marcello Veneziani

Il terreno primario comune di ogni nazione del mondo è la lingua. Fu il poeta a ridare centralità a Roma in chiave cattolica ma non clericale e a creare un mito di fondazione condiviso

    Risorgimentali e antirisorgimentali, mettetevi l’anima in pace. L’Italia non l’ha fatta Garibaldi, e nemmeno Cavour o Vittorio Emanuele. L’ha fatta la geografia, l’ha fatta la storia, l’ha fatta la letteratura. Ma se cercate il fondatore, se avete bisogno di un padre, un Enea per l’Italia, allora quel Fondatore non fu un condottiero, ma un poeta. L’Italia fu fatta da Dante Alighieri. Fu lui a dare dignità al terreno primario e comune di una nazione, la lingua. Fu lui a riannodare l’Impero e il Papato, cioè la civiltà cristiana e la civiltà romana, riconoscendoli come i genitori dell’Italia. Ebbero altri figli, certamente, ma la figlia che ereditò la casa paterna e materna fu l’Italia.
     Certo, Dante vaticinava una monarchia universale, ma fu il primo a considerare il fulcro di una rinascenza in Roma, nell’Italia cattolica ma non clericale, dove l’Impero ha dignità pari a quella del Papato. E fu ancora Dante a creare un mito di fondazione e una narrazione su cui costruire l’Italia, e a cercare un Veltro che la unisse da «feltro a feltro», come egli scrisse, «di quell’umile Italia fia salute»; alimentando così un’aspettativa che altri letterati - da Petrarca a Machiavelli, da Alfieri a Foscolo e Leopardi - poi coltivarono. La nostra è una nazione culturale, nata non con la forza delle armi, ma con la forza della poesia; per questo l’Italia è uno Stato fragile, ma un’identità forte. Tuttora, al di là di tutto, la dignità universale dell’Italia non è di natura commerciale o industriale, militare o tecnologica, ma culturale: si studia l’Italiano per ragioni culturali, si viene in Italia per ragioni culturali, si considera l’Italia per ragioni culturali.
     L’espressione stessa usata per indicare il processo unitario del nostro Paese, Risorgimento, non ha una genesi politica o militare, ma religiosa e letteraria, allude alla Resurrezione e insieme ad una letteratura, dal gesuita Saverio Bettarelli che la usò per primo a Gioberti, da Alfieri a Leopardi con la poesia Il risorgimento, in cui l’espressione ha un significato esistenziale e religioso. Solo dopo arriverà il Risorgimento politico di Balbo e Cavour. Da dove viene fuori quest’apologia di Dante come profeta dell’Italia? Sì, da un intreccio di ricorrenze e polemiche, tra i 150 anni dell’unità d’Italia e i sette secoli del De Monarchia di Dante, di cui peraltro è indefinita l’effettiva data.
     Ma viene fuori anche dall’ultimo filosofo italiano che pensò l’Italia dentro la sua tradizione civile e religiosa, e la pensò a partire da Dante. Parlo di Augusto del Noce, di cui mi sono più volte occupato, anche sul Giornale. L’altro giorno si è svolto a Pistoia, sua città nativa, un convegno a lui dedicato in occasione del centenario della nascita, ed io ho parlato di lui come del filosofo del Risorgimento, ma di un Risorgimento dantesco, oltre che giobertiano. Per fondare la sua idea dantesca d’Italia, Del Noce si rifece a due autori: Giacomo Noventa e Giovanni Gentile. Il primo si oppose alla linea idealistica-hegeliana di Spaventa, De Sanctis e Croce che leggeva l’unità d’Italia attraverso la nascita dello Stato unitario. Una lettura strettamente politica del Risorgimento, che rinveniva al più in Machiavelli il suo predecessore, ma in quanto pensatore e segretario di Stato. Secondo Noventa, invece, fu Dante a fondare l’idea dell’Italia sulla tradizione romana e cattolica, mediterranea e poetica. Ma fu soprattutto Gentile, in uno scritto del 1918, a vedere in Dante il profeta dell’Italia risorgimentale e moderna. Egli riconobbe in Dante non solo il sommo poeta, ma anche il filosofo. La sua divergenza da Croce fu netta. Di solito la si riconduce sul piano storico al dissidio tra fascismo e antifascismo e sul piano filosofico al divario tra il razionalismo liberale di Croce e l’irrazionalismo «mistico» di Gentile.
     Ma sfugge una differenza essenziale: Croce, che pure non era accademico, tenne fuori dalla filosofia Marx da un verso e Dante e Leopardi dall’altro; ritenendo il primo uno scrittore politico ed un critico dell’economia e i secondi due eminenti poeti, ma trascurabili pensatori. Gentile che pure era accademico, al contrario riconobbe a Marx da un verso, ma anche a Dante e Leopardi, dignità e potenza di filosofi e di profeti. A Croce sfuggiva da un verso la ragione profonda dell’internazionalismo marxista e del materialismo storico e dialettico. E dall’altro la matrice poetica del pensiero italiano che passa attraverso grandi poeti-filosofi (anche Petrarca, per altri versi) e grandi pensatori che riconobbero dignità al pensiero poetante, come Vico. Il Vico di Croce è tutto nella storia ed è gravido dell’Ottocento (lui lo definì infatti secolo XIX in germe); il Vico di Gentile è tutto nel pensiero ed è gravido dell’Italia nuova.
     A questa tradizione si rifà Augusto del Noce. Lui, cattolico, si riconobbe nella linea di Gentile discesa da Dante. Una linea non laica ma ghibellina (anche se Dante fu guelfo bianco, benché definito da Foscolo «ghibellin fuggiasco»); ed una linea che senza cedere al neopaganesimo e all’idolatria dello Stato (che fu di Gentile fascista), riconosceva una connotazione religiosa al processo unitario. Il Risorgimento è la nostra Riforma morale e civile, diceva Del Noce, richiamando Noventa e Gentile. L’idea di Riforma in Del Noce si trasferisce dal piano religioso-ecclesiale del luteranesimo a quello storico-politico del Risorgimento. Un pensiero originale che riesce a trovare un punto d’intesa fra Tradizione e Risorgimento e che concepisce il Risorgimento come categoria distinta tanto da «rivoluzione» che da «reazione». Del Noce vedeva la ripresa del Risorgimento come compito dei nostri anni e immaginava, quando ancora non si era formata l’Unione Europea, una riscoperta dell’Italia «dopo l’Europa», cioè non regredendo all’epoca delle nazioni e dei nazionalismi, ma procedendo oltre, nell’epoca degli incontri e degli scontri di civiltà. Un pensiero italiano e risorgimentale che ancora non trova destinatari.
 


(da La Repubblica del 9 settembre 2010)

ANIMALI

Vivisezione, direttiva Ue

"Sì ai randagi come cavie"Il provvedimento approvato ieri prevede che cani e gatti "vaganti" possano essere usati per la sperimentazione se non è possibile raggiungere altrimenti lo "scopo della procedura" di ricerca. Protestano gli animalisti, 40 eurodeputati abbandonano l'aula
di ANTONIO CIANCIULLO




     ROMA - Se avete un cane o un gatto, sarà meglio comprare un collarino identificativo. Con la direttiva europea sulla sperimentazione animale approvata ieri, gli animali randagi rischiano di finire sotto il bisturi: l'articolo 11 prevede che possano essere sacrificati sull'altare della scienza se non è possibile raggiungere altrimenti lo "scopo della procedura" di ricerca. È stata questa deroga, assieme a quella sulla vivisezione delle grandi scimmie come lo scimpanzé che condivide con la specie umana oltre il 98 per cento del Dna, a suscitare le maggiori proteste, spingendo 40 eurodeputati ad alzarsi abbandonando l'aula in segno di protesta.
     Dopo due anni di dibattito e un'infinità di correzioni, della nuova normativa europea che avrebbe dovuto rafforzare i metodi di ricerca alternativi alla sperimentazione sugli animali resta poco: dichiarazioni di principio sulla necessità di ridurre la sofferenza delle cavie, un rafforzamento dei controlli e molte scappatoie. Da una parte si afferma la volontà di applicare solo le procedure di sperimentazione farmacologica e didattica che provocano il minimo di dolore, sofferenza e angoscia, dall'altra - nota Michela Kuan, della Lega antivivisezione - "si lascia la porta aperta all'uso di animali in via di estinzione, alla cattura di scimmie allo stato selvatico, alla possibilità di effettuare in deroga procedure che comportino alti e prolungati livelli di dolore, all'uso di cani e gatti randagi, all'utilizzo delle cavie per più esperimenti".
     La decisione del Parlamento europeo è stata presa tenendo conto della normativa poco rigorosa in vigore in molti Stati della Ue e punta ad aumentare il livello di trasparenza delle procedure. Ma cosa succederà in Italia, dove due leggi vietano l'uso di cani e gatti randagi per la sperimentazione? La direttiva verrà recepita così come è uscita dall'aula di Strasburgo o sarà interpretata in forma più restrittiva mantenendo i paletti attualmente in vigore?
     "Credo che l'Europa potrà dichiararsi un luogo civile quando saremo riusciti ad evitare la sofferenza di animali senzienti nei laboratori di ricerca", risponde il sottosegretario alla Salute Francesca Martini. "E da questo punto di vista la direttiva è assai poco incisiva. In Italia comunque siamo un passo avanti e non intendiamo certo tornare indietro: non consentiremo la sperimentazione su cani e gatti". Silvio Garattini, direttore dell'Istituto Mario Negri di Milano, ha invece commentato osservando che in mancanza di test sugli animali, ancora oggi tutti i bambini colpiti da leucemia non avrebbero più di sei mesi di vita.
     Senza tener conto delle ricerche condotte per lanciare nuovi cosmetici e delle cavie non censite (i non vertebrati), nell'Unione europea vengono utilizzati per le sperimentazioni 12 milioni di animali l'anno. Con la nuova direttiva si andrà verso un aumento o una diminuzione? Per il presidente di Farmindustria Sergio Dompè si andrà verso una riduzione perché il testo spinge in direzione dell'uso di sistemi alternativi. Per la deputata Pdl Gabriella Giammanco, invece, "la direttiva va a favore degli interessi delle industrie farmaceutiche e amplia la soglia di dolore per gli animali, in particolare cani, gatti e primati. Mi auguro che il nostro Paese recepisca in modo restrittivo quest'assurda direttiva".




(da Il Giornale di sabato 21 agosto 2010)
CULTURA

Macché matrimoni: per noi del Sud meglio i funerali
(costano anche meno)
di Marcello Veneziani

L’odissea dell’invitato a nozze, tra eterni banchetti, spese pazzesche e cugini odiosi.
A volte il ménage si incrina già durante il rinfresco, tra giri di ballo e spigole. Accompagnare il morto invece è un dovere: ma almeno non costa niente e non l’ha voluto lui.


     Si abbattono di solito nei sabati d’agosto e non si possono disertare. Sapete che vuol dire un matrimonio? Che devi comprare un bel regalo per non sfigurare, perché poi si sa cosa hai regalato, c’è chi ancora espone i regali. Devi farti un vestito nuovo perché se usi quello già messo al matrimonio precedente fai la figura del pezzente o fai uno sfregio agli sposi, li consideri di seconda scelta. E se ne accorgono, paragonano, il paese è piccolo e la gente mormora. Né puoi mancare allo sposalizio, lui è venuto al matrimonio di tua cugina, lei venne al funerale di tua madre, siete mezzi parenti. Insomma, ci devi andare, così niente vacanze. Tre matrimoni d’agosto per una famiglia costano quanto una vacanza. Al sud costa più il racket dei matrimoni che il pizzo alla malavita, la polizza all’assicurazione o le tasse. I matrimoni sono la più fiorente industria del sud; sono per le famiglie l’equivalente della Finanziaria per i governi. A trarre profitto sono soprattutto i ristoranti, i venditori di bomboniere e minchiate varie, i negozianti di vestiti e i fiorai. Gli sposi e le loro famiglie assai meno perché, sì, incassano un fottìo di regali e di soldi in busta, ma le spese per un matrimonio sono pazzesche, sono la principale uscita nella vita di un meridionale. Chi dice sposa dice spesa, matrimonio- patrimonio. Il tutto per far soffrire la gente. Un giorno intero di caldo e malesangue, messe lunghissime inflitte anche ai non praticanti; tempi, modi e luoghi che si ripetono scontati, controre di siesta saltate, attese in-finite e sfinite per aspettare gli sposi dal girofoto più filmino, pranzi che finiscono a cena, nausea da inerzia, bambini dormienti, nonni digerenti, zie vomitanti. Gli invitati sono violentemente colpiti dal giorno nuziale: i diabetici, gl’infartuati, gli intolleranti, i delicati di stomaco, chi ha vene varicose, gli astemi e i bevitori. Nozze deriva dal verbo nuocere: egli nozze, cioè fece del male a sé e a suoi... I matrimoni al sud si guastano già durante la festa. In proporzione, la festa di nozze dura più dei matrimoni. Perché c’è un curioso incrocio di antico e moderno negli sposalizi sudisti: la festa resta antica e prolissa, il ménage nuziale invece è moderno e breve. Stai lì ore e ore a celebrare un matrimonio che poi dura una o due legislature. Si soffre invano. Una perversione. E poi, prima, sposarsi era un investimento sui figli, ora neanche al sud nasce nessuno. A che pro spendere tanti soldi per una cosa che dura poco e figlia meno? L’altro giorno, mentre vivevamo a occhi spenti la lungodegenza di un pranzo nuziale, tra giri di ballo e di spigole, crebbe come una liberazione euforica il pensiero del cognato: meglio i funerali dei matrimoni, proruppe. Tutti risalimmo dal torpore come scossi e lo guardammo come un mostro o un messia. Sì, meglio, spiegò, sentendosi investito dall’onere della prova. I funerali durano un’ora, non costano niente a chi ci va, e costano meno anche ai familiari del defunto, che poi ci guadagnano sempre qualcosa dal morto e dal suo testamento; non ci sono regali da fare, non devi farti l’abito buono, vai a spasso dietro il feretro per una mezz’ora e scegli tu con chi passeggiare, non devi sopportare fotografi, consuoceri e bomboniere, e soprattutto sai che sono definitivi, non c’è il rischio di ripeterli. Qui invece i matrimoni s’incrinano già dopo la festa, sono revocabili e perfino replicabili, sai di partecipare a un rito abbreviato, con finale noir o comunque a schifìo; e c’è il rischio che gli sposi siano poi recidivi, perché la gente si fa così del male che si risposa. Il bello dei funerali è che sono per single, non ci sono le menate di coppia. Niente brindisi e balli, pose da cinema e obbligate euforie. Vuoi mettere come è comodo e dietetico un funerale, non si mangia e si fa jogging, si tace o appena si mormora, non ci sono testimoni con le loro firme, paggetti e damine, né lanci di riso e confetti. Niente viaggi di nozze, tutto finisce lì. E poi, se sei partito per le vacanze, non ti possono precettare per il funerale, non possono dirti: ti avevo avvisato. Perché il bello dei funerali rispetto ai matrimoni è che sono a sorpresa. Il giorno prima magari il morituro sta bene o non dava segni di andarsene così in fretta... E tu non devi ipotecare agosto, perché non arriva la cartolina precetto in forma di partecipazione. Magari anche i matrimoni fossero a sorpresa, da un giorno all’altro, improvvisati come i funerali. Chi c’è c’è. E così ti risparmi i cugini venuti da lontano, assai controvoglia, il sollazzo con i cumpari e cumparielli, la solita composta di frutta equivoca offerta alla sposa in segno allusivo della prima notte (dopo un migliaio di collaudi) con la banana affiancata da due pesche e la gente che ride come se fosse la prima volta che vedono l’oscena penzata... E quel caldo bestiale che incafonisce la gente a vederla paonazza, umida, con la cravatta allargata o il sudore sotto le ascelle. Ma che schifo la gente dopo sei ore di matrimonio. Sì, ci sarà pure l’aria condizionata, ma o non funziona bene o si sta troppo sotto canicola tra auto, chiesa, attese fuori, aperitivi all’aperto, solagnate... Si soffre più a un matrimonio che a un funerale. Lacrime di sudore, magari, ma pur sempre si getta il veleno, come dicono da noi. E poi verso chi ha scelto di sposarsi e di invitarti tu nutri un sentimento sottile di odio perché ti costringe a star lì e pagare; il morto no, non l’ha voluto lui, non ti chiede soldi. Chi muore è innocente, chi si sposa è colpevole. Così concluse tra gli applausi il cognato e finì con un brindisi nuziale al morto. La sposa, ignara e demente, rideva giuliva.

(da Il Fatto Quotidiano del 30 agosto 2010)

Sugli animali test inutili, anzi sbagliati e vecchi di oltre sessant’anni

La sperimentazione animale è costellata di dolore e di incongruenze.
Se nel 1899 avesse dovuto superare i test che oggi sono obbligatori, addio aspirina.



     C’è qualcosa di strano, qualcosa che non quadra tra il vertiginoso sviluppo tecnologico che è la cifra del nostro tempo e la “voglia di animali” che esprimono i protagonisti della ricerca chimica e farmaceutica. In nessun altro settore scientifico i protocolli sperimentali sono ancora gli stessi di 50 o 60 anni fa. Qui invece sì: ed è tanto più sconcertante quanto più controversi sono i risultati che così si ottengono.
     L’analisi di ventinove studi eseguiti sulla trielina ha messo a nudo un’allarmante cacofonia di voci: “Sei studi l’hanno giudicata non-cancerogena; dieci l’hanno trovata cancerogena per gli animali ma difficilmente cancerogena per gli umani; nove hanno stimato che fosse un possibile fattore cancerogeno per l’uomo ma senza riscontri epidemiologici; quattro lo hanno valutato presumibilmente cancerogeno per l’uomo con positivi riscontri epidemiologici”. A riferirlo è uno dei più noti tossicologi al mondo, Thomas Hartung, che dal 2002 al 2008 è stato a capo dell’Ecvam, il Centro europeo per la convalida dei metodi alternativi e ora dirige il Caat, Centro per le alternative ai test con gli animali della Johns Hopkins University, e insegna all’Università di Costanza.
     Ma prendiamo un rimedio familiare, il cortisone: quando si scopre che nuoce agli embrioni di tutte le specie animali eccetto l’uomo, come giudicare la capacità predittiva dei test che utilizziamo? Se lo chiede un altro tossicologo, il professor Horst Spielmann della Freie Universitat di Berlino.
     I partigiani dell’alternativa al modello animale si moltiplicano anche nel campo della medicina e della farmacologia. Specializzato nello studio della sclerosi laterale amiotrofica, Michael Benatar, neurologo della Emory University di Atlanta, in Georgia, ha fatto suo il senso di impotenza che serpeggia tra i colleghi alle prese con le gravi malattie degenerative di questo secolo. “Ma la disperazione che talvolta avvertiamo – ha dichiarato Benatar al giornalista di Nature che lo intervistava – non è un buon motivo per continuare a utilizzare un modello inadeguato. La verità è che ci comportiamo come il proverbiale ubriacone che si ostina a cercare le chiavi di casa sotto al lampione solo perché lì c’è più luce”. Lo stesso pensava, già nel 2004, Robert Weinberg, il professore di biologia del Mit scopritore del primo oncogene umano: “Nello studio del cancro – ha dichiarato in quell’anno al periodico Fortune – uno dei modelli sperimentali più frequentemente usati consiste nell’innestare delle cellule tumorali in un topo trattato con immunosoppressori e poi esporre il tumore che ne deriva a un ventaglio trattamenti che si pensano utili per l’uomo. Sono i cosiddetti modelli preclinici. Ma da almeno un decennio, forse due, sappiamo che hanno uno scarsissimo potere predittivo circa le effettive reazioni del tumore nell’uomo”.
     La sperimentazione animale è costellata di dolore e di incongruenze. Se nel 1899 avesse dovuto superare i test che oggi sono obbligatori, addio aspirina. Infatti l’acido acetilsalicilico agli animali fa malissimo: è causa di gravi malformazioni negli embrioni dei cani, dei gatti, delle scimmie, dei topi, dei conigli e dei ratti, inoltre è pericolosa se ingoiata, irritante per le vie respiratorie e per la pelle, sospettata di mutagenicità. Per lo stesso motivo la penicillina, che era stata scoperta nel 1929, non fu usata fino a un decennio dopo perché non serviva a curare le infezioni dei conigli, e se fosse stata testata su gatti e cavie, l’avrebbero scartata perché tossica.
     C’è anche un rovescio della medaglia. Il fumo di sigaretta non nuoce agli animali, ecco perché ci sono voluti decenni per comprovare la sua cancerogenicità per l’uomo. E la talidomide, che provocò la nascita di oltre diecimila bambini con gli arti deformi, sulla maggior parte delle specie animali risulta innocua. E poi c’è l’anti-infiammatorio Vioxx che avrebbe fatto dalle 89.000 alle 139.000 vittime, colpite da infarto del miocardio, pur avendo superato brillantemente tutti i test con gli animali. E il rimedio-meraviglia per la leucemia, quel TGN1412 che quattro anni fa ha provocato il repentino collasso di tutti gli organi interni dei sei volontari che si erano prestati a sperimentarlo: eppure sulle scimmie sembrava un portento…
     Quando Thomas Hartung, nel luglio dell’anno scorso scrisse su Nature che gli esseri umani non sono ratti di 70 kg fece scalpore. Perché diceva una cosa che molti pensano ma dicono solo in privato o nel giro ristretto dei colleghi. E perché per superare l’impasse aggiungeva una proposta concreta, non dissimile da quella avanzata due anni prima dal Rapporto dell’Epa americana a favore di una “tossicologia degna del XXI secolo”. Certo, la via dei metodi sostitutivi non è solo costellata di fiori. “Ma è l’unica strada – dice il direttore del Caat – che si può ragionevolmente imboccare per progredire e fare buona scienza”.
     Nel nostro futuro, insomma, ci dovrebbe essere un nuovo paradigma scientifico. Invece, cancellate tutte le norme che incentivavano lo sviluppo e l’adozione dei metodi sostitutivi, tagliata com’è a misura di vivisettore, la Direttiva che sarà presto votata a Strasburgo va nella direzione opposta. Sarebbe inutile chiedere ai grandi gruppi chimici e farmaceutici di dimenticarsi dei profitti aziendali per dar prova di coraggio e visione. E’ però un dovere pretendere visione e coraggio dai politici che ci rappresentano.

di Vanna Brocca (Direttore responsabile del giornale della Leal – Lega antivivisezionista “La voce dei senza voce”)
Fonti: Safer Medicines Campaign, Nature, International Journal of Toxicology, Antidote Europe, Altex, Fortune.



(da Il Sole 24ORE del 26 agosto 2010)
   
 Il cervello? E' già adatto a internet


     Accendo il lettore digitale per leggere un libro la cui tesi è che leggere libri sui lettori digitali trasformerà tutti in un'orda di imbecilli. Dovrei offendermi perché secondo Nicholas Carr, autore di The Shallows: what the Internet is doing to our brains (appena edito da Norton), leggere un e-book utilizzando gli ipertesti interrompe quel "pensiero profondo" nato con l'invenzione della scrittura. Carr sostiene che la nostra bulimia da informazione nutrita a cucchiaiate di Internet sta riorganizzando i neuroni del nostro cervello. E ci sta rendendo più stupidi.
     Controllo allora che la connessione wi-fi del lettore sia spenta e mi limito a voltare le pagine digitali premendo un pulsante, fermandomi ogni tanto a evidenziare ciò che m'interessa con un clic. La tesi di Carr è che stiamo perdendo la nostra capacità di leggere e quindi di pensare in maniera profonda. Gli effetti della tecnologia alterano i nostri schemi di percezione. Internet sta tessendo nuovi collegamenti tra i nostri neuroni, sostituendo la nostra raffinata mente di lettori con quella distratta di "guardiani dello schermo" assetati di inutili novità, non più in grado di interpretare le informazioni che ci limitiamo a decodificare.
     Carr descrive come nel 2007 l'eccessivo utilizzo della Rete gli tolse la capacità di concentrarsi. Impossibile finire un libro: non riusciva a seguire un discorso per più di due minuti. Staccò la spina per un po' e riuscì a recuperare la capacità di pensare a lungo e profondamente: al punto da poter scrivere questo libro. Ma molti programmatori pensano che questa sia la Nuova Intelligenza secondo cui inquadrare un dato è più importante che capirlo o approfondirlo. Perché leggere Tolstoj e Proust "inutilmente lunghi", quando basta sfogliare Wikipedia? «Non leggo libri, vado su Google» dichiara un accademico della New York University cadendo nell'illusione di diventare più intelligente solo grazie al bricolage dell'informazione online.
     Ma il danno di questa meccanizzazione del pensiero potrebbe essere profondo, dice Carr. Il nostro cervello è plastico, si continua a trasformare, forma sempre nuovi legami neuronali. Questo è anche alla base di molte patologie, perché più la nostra mente impara a distrarsi, più si solidifica la sua incapacità di concentrazione. Per questo Internet potrebbe creare milioni di "idioti tecnologici".
     Riuscite a concentrarvi fin qui? Perché avere un cervello letterario vuol dire anche mantenere l'attenzione su parole, idee ed emozioni che fluiscono dentro di noi. Leggendo, simuliamo nella mente ogni nuova situazione che troviamo in un libro. I dettagli di ciò che si legge vengono integrati con la conoscenza personale di esperienze passate. Il lettore diventa il libro. Così si impara a pensare: assorbire saggezza diluita in parole aiuta poi a inventare soluzioni originali. La "lettura profonda" è possibile solo con la concentrazione e senza costanti bip di email in arrivo, chattatori molesti e quella fiera del superfluo che spesso è lo status update dei social network. Tutto molto convincente: dove Carr eccede forse in manicheismo è nel rifiutare che nelle nostre vite vi sia uno spazio per la lettura ininterrotta, ma nel contempo uno spazio per l'allegra orgia d'informazioni frammentate che genera Internet. L'autore è convinto che se di giorno chattiamo e controlliamo spasmodicamente e-mail, la sera non riusciremo più a restare un paio d'ore in compagnia di una lettura. Anche se ammette che finito il libro ha ricominciato ad aggiornare il suo blog e frequentare un social network: non ce l'ha fatta a restare lontano dall' «ecosistema di tecnologie dell'interruzione».
     «Internet è un sistema perfetto, forse il migliore, per riordinare i nostri circuiti mentali – scrive Carr –. La rete ci fornisce esattamente il genere di stimoli sensoriali e cognitivi che è dimostrato possono generare rapide e forti alterazioni dei circuiti e delle funzioni del cervello». Mentre nella lettura profonda si attiva la zona del cervello della memoria e della visualizzazione, nella navigazione on line usiamo quella della capacità di prendere decisioni. La mente del lettore è calma, quella del navigante cybernetico è caotica. Il multitasking insegna al nostro cervello a interessarsi al superfluo e a scegliere soluzioni convenzionali. Una volta abituato a questo nuovo modo di operare, il cervello perde la capacità di concentrarsi a lungo. Se continueremo a delegare la nostra memoria all'hardware di un server, accadrà proprio questo, dice Carr. Perché l'arte di ricordare è l'arte di pensare.
     Ho finito di leggere The Shallows. Clicco su "Home" e torno al libro digitale che stavo leggendo prima: Anna Karenina. Ne ho già letto il 20%. Eppure, nonostante in questi giorni la lettura sia stata interrotta dal mio controllare mail, navigare su Internet e social network, i personaggi di Oblonsky e Levin lasciati al capitolo 16 sono rimasti vivi e lucidi nella mia memoria. Forse ho troppa fiducia nella forza della scrittura e della letteratura, ma voglio illudermi che il pensiero profondo ce la farà anche questa volta. Ma forse quest'illusione, potrebbe ribattere Carr, è la dimostrazione che navigo troppo su Internet.

carlopizzati@gmail.com
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(da RINASCITA del 12 agosto 2010)

 L’esperimento socialista di San Leucio
di: F.M.



     L’utopia della “Città del Sole” del calabrese Tommaso Campanella, vittima dell’Inquisizione e della dominazione spagnola a Napoli e in Sicilia, sarebbe stata realizzata proprio nel “retrogrado” regno dei Borbone, dove, a dispetto delle calunnie e delle menzogne diffuse dalla centrale londinese della massoneria, per iniziativa dei Borbone era fiorito l’Illuminismo di Vico, Galiani, Genovesi, Pagano, Filangieri, il più ragguardevole nell’ambito dell’Illuminismo italiano.
     San Leucio è il primo esempio di repubblica socialista della storia contemporanea. E’ curioso che esso risalga a un despota illuminato, quando un altro despota illuminato, il re del Portogallo Giuseppe I, asservito all’Inghilterra, aveva stroncato nelle colonie brasiliane le prime repubbliche socialiste della storia, le Encomiendas progettate, fondate e dirette dai Gesuiti.
     San Leucio era in origine una residenza di caccia di Ferdinando IV di Borbone. Dopo la morte prematura del figlio principe ereditario Carlo Tito, avvenuta alla fine del 1778, non volendo più recarsi nell’amena località legata alla memoria del caro estinto, il re decise di destinarla ad altro più utile uso. Lasciamo a lui la parola: “Essendo giunti gli abitanti del luogo, con le famiglie aggregatesi, al numero di 134 (…), temendo che tanti fanciulli e fanciulle, che andavano sempre aumentando, per mancanza di educazione divenissero un giorno e formassero una piccola comunità di scostumati e malviventi, pensai di stabilire una Casa di educazione per i figli dell’uno e dell’altro sesso, servendomi, per collocarveli, del mio casino (…). Col tempo, poi, rivolsi altrove le mie mira, e pensai di rendere quella Popolazione utile allo Stato, alle famiglie e a ogni individuo, introducendo una manifattura di sete grezze e lavorate di diverse specie fin qui poco e malamente conosciute, procurando di ridurla alla miglior perfezione possibile”.
     La colonia si chiamerà poi Ferdinandopoli e si trovava nei pressi di Caserta, dove oggi spadroneggiano i camorristi di Casal di Principe. Il suo Statuto, basato sul principio dell’eguaglianza dei cittadini, fu stilato personalmente dal re. Esso anticipava, sia pure nell’ottica del dispotismo illuminato, gli stessi concetti della Comune di Parigi del 1870, che notoriamente fu stroncata, non a caso nel sangue, dal massone Thiers e dal suo boia generale Gallifet.
     La fabbrica tessile possedeva 82 ettari di terreno per i bisogni alimentari degli operai, che abitavano in case a schiera progettate dall’architetto Collecini. La vita che vi si conduceva era dura ma libera da vincoli padronali.
     L’abbigliamento era semplice, pratico e uguale per tutti. La sveglia suonava prestissimo, si assisteva alla messa e subito dopo ci si recava sul posto di lavoro. Vi era un’interruzione a mezzogiorno per il pranzo. Si riprendeva a lavorare alle 13,30 e si smontava al tramonto.
     L’istruzione era obbligatoria e l’educazione orientata a formare la coscienza civile. Il matrimonio era disciplinato al fine di preservare la comunità da pericolose influenze esterne. Se una ragazza voleva sposare un forestiero, riceveva una dote di cinquanta ducati e se ne doveva andare. Se accadeva il contrario, la sposa forestiera doveva seguire un corso di tessitura e poi entrava a pieno titolo nella comunità. I testamenti erano aboliti e l’eredità del defunto era divisa fra i figli e il coniuge superstite. Ove questi non vi fossero, l’eredità era incamerata dal Monte degli Orfani.
     Esisteva una Cassa di Carità che prestava denaro senza interesse a chi ne avesse bisogno e che provvedeva a erogare le pensioni. Era alimentata dai cittadini mediante un prelievo mensile sulla busta paga corrispondente a 85 centesimi di lira aurea.
     Erano proibite le liti fra cittadini e i contrasti di poco conto venivano risolti dagli anziani e dal parroco.
     Esisteva un carcere con un sovrintendente. Si racconta che una volta vi finì un leuciano. Il sovrintendente gli fece portare in cella il telaio perché “non oziasse” e continuasse a provvedere al sostentamento della famiglia. Doveva produrre tre paia di calze alla settimana.


(da IL Riformista - Culture del 4 agosto 2010)
Le palme a Milano
e la scommessa vinta con Sciascia
di Stefano Ciavatta


Palermo. Per Beppe Benvenuto, consulente ed editor, Elvira «ha creato un fenomeno» di gusto e identità, diventando un punto nazionale di riferimento da Bologna in giù «forse più di Laterza». Al nord, ha sbancato con il Campiello per Bufalino, una sua scoperta. Come il “Notturno Indiano” di Tabucchi, il rilancio di Fusco, De Angelis e Camilleri. Le telefonate a un esordiente Lucarelli. Per Canfora «insegnava agli scrittori a scrivere, sfrondandoli».
Racconta Beppe Benvenuto, editor e consulente per oltre dieci anni: «Elvira Sellerio ha creato un fenomeno. Dice tutto quella frase celebre di Sciascia, per cui era più facile che le palme crescessero sulla piazza del Duomo a Milano che qualcuno facesse l'editore in Sicilia. Invece lei c'è riuscita. Da cinquant'anni non esisteva in Sicilia un editore di livello nazionale. Si doveva tornare indietro ai tempi di Croce.
Anche se era più giovane di loro, e di molto, Elvira apparteneva alla storia dell'editoria italiana del dopoguerra: autentici tiranni, gente invasiva come Giulio Einaudi, Mauro Spagnol, Valentino Bompiani, un pò gattopardi, molto protagonisti, capricciosi. Poi arrivò il marketing negli anni 70.

Molti raccontano la Sellerio come una donna riservata, affascinante e soprattutto inquieta, “siciliana nel bene e nel male”.

È stata una donna che è riuscita a mescolare imprenditoria e artigianato. Aveva un'impronta umanistica e in breve insieme alla Laterza divenne l'editore di riferimento da Bologna in giù. Anzi più di Laterza. Ha inventato pure una forma grafica dandosi una precisa identità in libreria, a partire dalla prima storica collana, La Memoria. La Sellerio è stata una casa editrice molto emotiva. Tutto molto poco strutturato, legato invece ai rapporti personali, con quello che implica una cosa del genere. Neanche venti persone in tutto, esclusi i consulenti. Ci furono litigi storici. Sicuramente quello con Sciascia fu un affare molto complicato.

Anche i gusti della Sellerio sono sempre apparsi chiari. Raffinati ma semplici.

Aveva un gusto molto sicuro nella scelta dei libri. Non c'era mai tanta pedagogia come accadeva per il lettore classico einaudiano. Prendiamo il primo titolo della collana il Divano, L'arte di tacere di uno sconosciuto Abate Dinouart: è arrivato oltre le 26 ristampe! Elvira ha inoltre un sacco di meriti: ha reso popolare e letterario il giallo con Sciascia, e poi con Camilleri ovviamente, fino a Carofiglio. Un'operazione però che risale agli anni 80, quando il giallo si poteva vendere solo in edicola perché non aveva dignità.

Una donna anche vulcanica nelle sue scelte.

C'era anche molta improvvisazione, perché le scelte erano legate anche ai colpi di testa. Gesualdo Bufalino lo scoprì incuriosendosi per delle didascalie di una mostra fotografica. «Chissà, magari questo c'ha anche un romanzo nel cassetto». All'epoca sconosciuto, Santo Piazzese non fu l'unico a ricevere la telefonata della Sellerio. Accadde anche a Lucarelli, che con Sellerio esordì con il suo giallo storico più bello, Il commissario de Luca. Dopo mesi che il giovane esordiente aveva mandato il suo manoscritto, la Sellerio chiamò direttamente a casa sua per annunciargli che avrebbe pubblicato il romanzo. Lucarelli rimase incredulo. Ma Elvira era così, impulsiva. Chiamò anche Carofiglio, che veniva dalle solite risposte un po' ambigue un po' negative di altri editori. Dopo qualche tempo che Testimone inconsapevole era uscito, un grande editore ci ripensò. Ma lui rispose: «Guardi che lo ha pubblicato già Sellerio».

Il catalogo Sellerio ha recuperato anche molti autori dimenticati.

Ci sono stati molti ripescaggi dall'oblio, come Anatole France o Giancarlo Fusco. di recente è accaduto con le ristampe di Mario Soldati. Ha anche lanciato scrittori nuovi. Le cose migliori di Antonio Tabucchi, come Notturno indiano, sono targate Sellerio. Di recente, Piero Grossi.

Altri titoli recuperati?

Mi vengono in mente l'americano Geoffrey Holiday Hall Con la fine è nota e Qualcuno alla porta, lo svizzero Friedrich Glauser, alter ego di Robert Walser, libri fantastici di grande qualità. nessuno ne parlava più. Ci fu un periodo di difficoltà tra la seconda metà anni 80 e l'inizio dei 90. Grandi scrittori come Sergej Dovlatov vennero salvati letteralmente dal macero grazie al boom di Camilleri. E poi l'800 inglese con Anthony Trollope, Dumas dimenticato da troppo tempo, Stevenson, la scoperta di Bolaño, la ristampa di Scerbanenco, il gran merito della riscoperta di Augusto De Angelis, il primo giallista italiano. La forte attenzione verso i francesi l'aveva ereditata da Sciascia. Nella saggistica forse era un po' debole ma c'erano ultra chicche come Cyril Connolly, con I nemici dei giovani talenti e tutto il filone su leggende e cavalleria, tra narrativa e saggistica, con il libro citato in Apocalypse Now dal colonnello Kurtz, l'Indagine sul Santo Graal di Weston. E poi è stata capace anche di inventare dei fenomeni.

Per esempio?

Canfora, uno studioso che nell'arco di anni pochi è diventato un pubblicista importante, basta prendere Sentenza. Ora è diventato una istituzione, con una propria collana.

Che rapporti aveva con la grande editoria del Nord?

Ha vinto il Campiello con la Diceria dell'untore di Bufalino. Era anche molto snob, molto distaccata e individualista, condizionata però dal fatto che abitava nella provincia dell'impero, non prendeva l'aereo ed era una donna. Non faceva comunella con nessuno. Aveva molti rapporti personali, ma non istituzionali. Era una pr formidabile, però allo stesso tempo i suoi interventi pubblici si contano sulle dita di una mano. In privato era una grande affabulatrice, aveva una memoria letteraria eccezionale. Nelle sue corde c'era la conversazione, lì non si risparmiava, era eccentrica nei giudizi. Decideva lei i libri, anche se a qualcuno piace pensare che ascoltava i consigli altrui. Non è vero. Aveva l'ultima parola su tutto, perfino sul tavolino all'ingresso».

Anche Luciano Canfora, raggiunto dal Riformista conferma la forte presenza di Elvira Sellerio: «È stata una donna dall'intelligenza lucida, andava al nocciolo delle questioni senza intellettualismi. Voleva semplificare, una straordinaria caratteristica per un editore. Insegnava agli autori a scrivere. Con un'aria semplice socratica, ti sfrondava del superlfuo. aveva modelli alla Voltaire. Volle la collana Città antica perché i greci erano una sua passione. Sostenne la traduzione di Diodorio, un grande di Sicilia. Da allora non abbiamo mai smesso. Era molto curiosa: fu la prima a lanciare i giallisti svedesi nello scetticismo generale».



Ho avuto la possibilità di vivere la poesia
Intervista a Pio Filippani Ronconi

di Pietrangelo Buttafuoco - 12/02/2010

Una delle ultime interviste rilasciate dal Prof. Pio Filippani Ronconi
(10 marzo 1920 - 11 febbraio 2010)

Pio Filippani Ronconi

Fonte: campaniarrabbiata

"Caballero en un caballo - y en su mano un gavilán"

Erano mesi che lo inseguivo. Non perché scappasse, ma la salute, ultimamente, lo aveva un po' maltrattato, affaticandolo. Ho aspettato, e alla fine, eccolo qua: Pio Filippani Ronconi, classe 1920, è uno dei più grandi orientalisti viventi e professore emerito dell'università orientale di Napoli. Per elencare i suoi titoli e i suoi meriti avrei bisogno di un foglio allegato. Ma devo aggiungere che, in ogni caso, è arduo mettere su carta una delle qualità più nette di Pio Filippani Ronconi, la presenza, e di ancora più ardua resa è la chiarezza dei suoi silenzi. Ma proverò a raccontarvi tutto. Filippani è una delle ultime memorie storiche (e sapienziali) delle destre italiane: diversi autori che molti di noi amano leggere, lui li ha conosciuti e ne è stato amico (come Evola, ad esempio, o anche Massimo Scaligero, con il quale Filippani si esercitava nella meditazione: "Era un cammino molto placido, il suo. Conobbi anche il maestro di Scaligero, Egidio Colazza… Fu molto gentile con me, che al contrario ero poco propenso alla placidità, in quel tempo").

La sua partecipazione alla guerra con la divisa tedesca non gli procurò problemi a guerra finita - a parte gli arresti di fortezza ("molto poco romantici!") e il "parcheggio" nel campo di concentramento di Coltano - tanto da poter avviare, nel 1959, una carriera accademica di tutto rispetto all’Istituto orientale dell’Università di Napoli. Poco tempo fa, invece, chiamato a collaborare al Corriere della Sera, in qualità di illustre orientalista, ha dovuto subire un’epurazione ad opera del komintern di redazione, con il quale non ha voluto polemizzare ("L’acqua bagna, il fuoco brucia: è il dharma, come lo chiamano gli indiani… sarebbe a dire che ognuno fa le cose con i mezzi che ha. C’è gente che striscia nel fango e non può fare altro che inzaccherarti"). Certe miserie sembrano scivolargli addosso, come si suol dire: ma il bello è che nel suo caso è tutt’altro che un luogo comune.

Da dove è cominciato tutto? Cos’è che porta ancora dentro dell’inizio del cammino?

"Senz’altro i racconti della vita di mio padre… Ecco, vede?" dice indicando una vecchia fotografia appesa al muro dietro di noi, che prende luce dagli ampi viali dell’Eur, "mio padre è quel signore a cavallo. Il luogo dove si trova è la Patagonia. Aveva venduto i beni di famiglia per andare in quella terra sperduta. Portava il bestiame dall’Atlantico al Pacifico, a cavallo. La sua vita stessa era un’avventura da raccontare… Un giorno, aveva appena depositato i soldi incassati dalla vendita di una mandria che aveva portato valicando le Ande, quando i banditi assaltarono la banca, rubando tutto. Lui inseguì il "mucchio selvaggio" per tre giorni e tre notti".
Come Tex Willer! Un Tex Willer con la laurea in Ingegneria. Mio padre rappresentava per noi un polo di grande attrazione. Era un uomo che non si limitava ad insegnarci… che so… l’importanza dell’acqua, ma, anche per la vita che conducevamo, ci mostrava la necessità di raggiungerla anche nelle condizioni più difficili, come quella volta che dovette scavare un pozzo profondo ottantaquattro metri. E i suoi racconti, i racconti di famiglia, sono stati fondamentali per noi, bambini italiani lontani dall’Italia.

Perché fondamentali?

Perché mentre in patria si è omogenei all’elemento vitale in cui si procede, all’estero avevamo, come dire, una doppia o tripla esistenza. Io son vissuto in Catalogna, e nella vita quotidiana ci trovavamo in un ambiente che da una parte era spagnolo, e già non era il nostro, dall’altra, essendo in terra catalana, si odiavano gli spagnoli, e noi parlavamo il castigliano. E siccome la mia famiglia abitava in un palazzo di sette, otto piani, quindi molto moderno, ero letteralmente circondato da gente che parlava una lingua diversa da quella in cui io pensavo.

In italiano?

No, in castigliano.

I primi libri?

Cominciai a leggere molto presto. Amavo i racconti sul mondo mitico romano: erano, come dire, un’ancora di salvezza del nostro costume di vita. Ma il nutrimento della mia anima erano le gesta del Cid Campeador, che corrispondevano in tutto e per tutto all’insegnamento silenzioso di mio padre: io sentivo di dovermi comportare come un caballero. Fortunatamente ero nato in un ambiente non confortevole che mi consentiva di temprarmi. Mio padre mi aveva insegnato i principi della boxe… e anche mio figlio ora si diletta in quest’arte… ma nei miei tempi, e nei luoghi dove vivevo, il picchiare forte e picchiare per primo era assolutamente indispensabile, perché se no il giorno dopo mi sarei trovato altri quattro ragazzotti che mi avrebbero riempito di pugni. E in ogni caso ne andava dell'onore italiano!

Un italiano nato in Spagna, con il padre passato da Inghilterra, Caraibi e Patagonia. Non era facile conservare chiarezza sulle proprie radici…

Non solo! Mia madre aveva iniziato la sua adolescenza a Massaua, dove il padre, mio nonno, lavorava presso il governo militare italiano: lui parlava perfettamente l’arabo classico e l’arabo comune. Non per niente, la prima lingua che ho imparato fuori della scuola, oltre all’inglese, è stato l’arabo.

A che età?

Quattordici anni. Eravamo poveri, così avevo risparmiato per un anno gli spiccioli per le piccole merende che portavo a scuola. Alla fine comprai finalmente una malridotta grammatica araba, che però non era quella giusta, era un dialetto parlato dai berberi: mio nonno mi indirizzò poi verso l’arabo puro. Subito dopo imparai il turco e più tardi, già in Italia, imparai il persiano… Ecco, vede? [indica un’altra foto, su una cassettiera] là sto conversando con lo Sha di Persia.

Aveva una certa facilità con le lingue.

Ma non era mica tanto facile! E’ che mi ci mettevo di buzzo buono! La mia giornata era divisa in due parti: la prima era impiegata a seguire la scuola… e non ero un bravo allievo, ero piuttosto sognante, mentre la scuola italiana era estremamente dura: studiavamo lo spagnolo, l’italiano, il francese, l’inglese… tutti i giorni avevamo molto da studiare, molto da fare ginnastica, corsa e altre cose del genere. Nella seconda parte studiavo da solo quel che piaceva a me. Anche il greco lo imparai da solo, come il turco e lo spagnolo antico. Una mia zia mi regalò poi una grammatica sanscrita, un dono preziosissimo; io avevo già studiato, sempre da solo, quelle che erano le migrazioni dei popoli arii, quindi il portato culturale delle varie tradizioni indoeuropee, come l’Edda poetica e in prosa e il sanscrito, mi consentì di approfondire quelle conoscenze. Molti anni più tardi imparai un’altra lingua scandinava, lo svedese, ma avevo già studiato l’antico norvegese, il norreno… Poi, vediamo… l’anglosassone, l’aramaico (ma non sono mai riuscito a togliermi quel fastidioso accento arabo), il tibetano, il cinese, un po’ il giapponese…

Prendiamo per buono il buzzo buono…

E’ che non si può galleggiare su quello che ci insegnano: bisogna approfondire!

Tornando alla difficoltà di conservare le proprie radici in una babele simile…

Vede, per me l’Italia era… come dire… il Paese Fatato. Eravamo poveri, dicevo, perché scontavamo la scelta di mio padre di tornare dalla Patagonia per combattere: perdette tutto quello che aveva. Lui sapeva quello che rischiava lasciando i suoi animali dall’altra parte del mondo, ma la sua risposta, alle nostre domande se non fosse cosciente di quello che avrebbe rischiato venendo in Italia, lui tranquillamente rispose che "siccome noi siamo signori, dobbiamo combattere e dobbiamo essere di esempio agli altri". C’era il mito della Patria, insomma, ma una patria estremamente spirituale, per cui il non esserle vicino fisicamente non rappresentava alcuna limitazione.

Suo padre come il Cid.

Il mio mondo iniziava con il Cid Campeador, visto che lo avevo tra i piedi: era un’immagine di coraggio. Avevo una vita intima in profondo contrasto con la povertà che dovevo assaporare… una vita che guardava ad un futuro eroico. Quando io partii per la seconda volta in guerra, da giovane ufficiale, mi affacciai al finestrino del treno e gridai Viva la muerte! Perché la bella morte era quel che di meglio potesse capitare per difendere la Patria… ciò per cui vale la pena di vivere: un uomo si educa per allevare i figli e per combattere, questo avevo sempre pensato fin da bambino, ascoltando i racconti di mio padre e Il cantar del mio Cid.

Il combattimento, insomma, nel Dna.

Ma la guerra è una delle funzioni umane! Nei tempi antichi si soleva dire che le dame odiano la guerra, ma amano gli uomini che la fanno.

E le popolane dicevano che "si nun è bbono per il re, nun è bbono manco pe’ la reggina".

Appunto. Inoltre a quindici anni trovai in una bancarella L’uomo come potenza, di Julius Evola… Lui mi presentava un quadro per superare la miseria del sopravvivere quotidiano e dava un senso al fatto che io cercassi sempre di combattere… Dio!, sono molto cambiato da allora, eh? L’uomo come potenza, dicevo, mi apriva una concreta esperienza di ordine metafisico più che religioso, e così quei canti epici che tanto amavo acquistavano una dimensione reale: io potevo davvero realizzare quello che la tradizione indoeuropea mi proponeva. E questa fu per me una grande scoperta.
La guerra fa parte dei racconti che ricorda da bambino? Certo. Fu l’esperienza di mio padre ad avvicinarmi a ciò che era la guerra. Lui era un pezzo d’uomo, molto forte… il contrario di me. Come dicevo, lasciò la Patagonia per combattere la Prima guerra mondiale, e si arruolò in un reparto qualunque. Poi, grazie alla sua prestanza fisica, venne assegnato ai "plotoni scudati", quelli che portavano un casco e uno scudo in acciaio per coprirsi, e andavano a mettere le cartucce di gelatina sotto i reticolati nemici. Era il racconto di un’esperienza concreta che ascoltavo con attenzione. Nella Seconda guerra mondiale venne il mio turno, e mi arruolai volontario nel Terzo Granatieri. Fui ferito un paio di volte, poi mi trovai ad essere molto malamente ferito il giorno dopo l’otto settembre 1943, ricoverato all’ospedale militare del Celio, a Roma. Il nove settembre mi resi conto che quello che avevo fatto fino ad allora non era altro che lo sfogo di un giovane studioso ed entusiasta; quello che avevo ancora da fare era qualcosa di molto più vicino all’ideale di uomo.

Ossia?

Lavare l’onta del tradimento. Mi trovai a combattere a Nettuno, con la divisa della Waffen SS, i reparti combattenti, tutta un’altra cosa rispetto alla SS Polizei… quelli ci hanno rovinato il nome. Insomma, costituimmo una squadra mista, italiani e tedeschi. Quando ci fu lo sbarco alleato facevo parte del Battaglione degli Oddi, il conte Carlo Federico degli Oddi, un vecchio ufficiale delle camicie nere, tenente colonnello. Al tramonto andavo con alcuni uomini a tagliare i reticolati e passarci sotto… Era un’esperienza molto bella, anche se il fatto di lasciarci la pelle era fatale. Oggi sono l’ultimo sopravvissuto di quel battaglione, l’ultimo di quei settecento: il settanta per cento morirono a Nettuno. Era un compito duro, non pensavamo alla gloria… era la gioia di vivere davvero, malgrado rischiassimo la morte.

Una fratellanza d’armi.

Precisamente. Una cosa molto profonda, che mi riportava al cuore le emozioni vissute sulle pagine lette da ragazzino. E’ ancora il Cid Campeador, che… [silenzio, chiude gli occhi, poi ritorna con un sorriso] "Caballero en un caballo - y en su mano un gavilán; por hacerme más enojo - cébalo en mi palomar; con sangre de mis palomas - ensangentó mi brial. ¡Hacedme, buen rey justicia, - no me la queráis negar! Rey que non face justicia - non debía de reinar…" [poi si ferma di nuovo e chiude gli occhi, scuote la testa e li riapre, guardandomi]… Che peccato, dimentico più di quel che riesco a ricordare…

E’ sempre molto di più di quel che sappiamo noi (dico sorridendo a Rodrigo, suo figlio, seduto accanto a me).

Non è una consolazione, ma tant’è.

In guerra è riuscito a continuare i suoi studi, in qualche modo?

Altro che in qualche modo! Riuscivo a concentrarmi dovunque. Tanto per farle capire, una volta, in Africa orientale, uscito in missione per misurare la posizione delle batterie inglesi, mi immersi con tanto piacere nei calcoli riportati sulla pagina scritta che dimenticai di trovarmi a pochi metri dai nemici e mi misi a camminare senza precauzioni: fecero il tiro al bersaglio, fortunatamente senza conseguenze. In seguito, la vicinanza con i tedeschi mi ha permesso d’imparare la loro lingua, che mi è tornata molto utile nel corso degli studi. Seguendo una mia via, poi, senza quasi rendermene conto ho intrapreso la carriera accademica, fino a diventare professore ordinario di Religioni e filosofie dell’India. Il fatto è che avevo un’ottima memoria… E sottolineo la forma passata del verbo avere.

Laurea in…

Indologia, tornando al vecchio amore. Subito dopo la laurea andai in Persia.

Ma il fatto di aver continuato la guerra nella Repubblica sociale, inquadrato nelle SS combattenti, le creava problemi nei rapporti con gli altri studenti e con i professori?

No. Anche per il fatto molto semplice che non frequentavo molto, ero solitario. Quasi tutte le lingue da studiare, ad esempio, le avevo già imparate da solo, quindi non avevo bisogno di seguire le lezioni.

E con il lavoro?

Nemmeno. Avendo la fortuna di conoscere molte lingue riuscivo a guadagnare facendo, ad esempio, un periodo da segretario ad un ministro sudamericano, poi doppiaggi cinematografici e, un po’ più a lungo, alla radiodiffusione per gli Esteri.

Nel frattempo lavorava su se stesso.

Sì, in ogni senso, non solo spirituale o mentale. Mio padre mi aveva insegnato i primi rudimenti del pugilato, che lui aveva imparato quando era studente a Londra, e quando ero arrivato a Roma, a sedici anni, ero passato nelle mani di Enzo Fiermonte.

Un mito per il pugilato romano.

Ho praticato anche Judo, Aikido… tra l’altro, poco tempo fa, ho guadagnato la cintura nera…

A quanti anni?

Ottantadue. E la cintura nera è, in qualche modo, simbolo di una iniziazione. Nel senso che io resto il solito quotidiano imbecille, però dentro di me ho altre esperienze di genere più… più concreto.

Alcuni anni dopo la fine della guerra ha anche fondato l’Urri, acronimo di Unione rinnovamento ragazzi d’Italia.

Sì. E l’ho mantenuto. Un impegno forte. Le domeniche le passavamo in montagna, tra escursioni, corsi di alpinismo. La montagna è maestra, e chi sale con te deve essere tuo fratello, perché la sfida alla natura è senza mezze misure o infingimenti: se sbagli paghi. I ragazzi venivano preparati anche in speleologia e archeologia; molti diventarono parà. Un gruppo di ragazzi in gamba, che preparavo anche alla meditazione profonda. Ma che tenni lontani dalle beghe politiche.

Da cosa era mosso?

Dalla necessità di riscrivere il mondo, cominciando da me stesso. Cercavo di mettere le mie deboli forze sotto i piedi, perché o si vive o si muore, ma se si vive bisogna darsi un po’ da fare. Esercitarsi col fisico, esercitarsi con la mente, esercitarsi con lo spirito.

L’Urri riassumeva le due linee guida della sua vita: lo studio e il combattimento.

Certo, perché a quel tempo era ancora palpabile il rischio di uno scontro fra i due blocchi nati dopo la fine della Seconda guerra mondiale, e la preparazione spirituale doveva andare di pari passo con quella fisica… come peraltro insegnavano i romani. Ma "Urri" non è soltanto una sigla, è soprattutto un termine vedico che indica il dio che sopravvive al tramonto degli dèi. Mi ispirai a questa figura: esser capace di fare qualsiasi cosa. Un po’ in contrasto con questo vecchio malandato che le sta parlando!

Le pesa la vecchiaia?

Bah, non me ne importa un fico secco, anche se dimentico molte cose. Ho avuto la possibilità di vivere la poesia, nel senso greco di poiesis, la bellezza di esprimere me stesso in quella che era la vita di un caballero. Ma sono passato attraverso queste esperienze come… come un divertimento.
 



(da La Stampa.it - Cultura del 16/08/2010)
 
PERSONAGGIO

Vita di sbronze e ordinaria follia, novant'anni fa nasceva Bukowski

LOS ANGELES

     Maschilista, alcolista e scommettitore irredento. Sarcastico, cinico, autodistruttivo, erotomane, geniale. Non è facile sintetizzare in poche parole il ritratto di Charles Bukowski, uno dei poeti e scrittori più discussi e trasgressivi del secolo scorso, uno dei simboli dell'universo letterario del Novecento. Il 16 agosto del 1920, esattamente novant'anni fa, ad Andernach, in Germania, nasceva l'autore di "Storie di ordinaria follia", 'Il capitano è fuori a pranzo", "L'amore è un cane che viene dall'inferno" e tante altre raccolte di racconti, poesie e romanzi.
     Trasferitosi da bambino negli Usa, ebbe un rapporto molto conflittuale con il padre, un polacco-americano severo e autoritario, sin dalla pubertà e l'autore confessò in seguito di aver spesso sofferto a causa della solitudine e di una timidezza quasi patologica. Negli anni dell'adolescenza, tuttavia, Bukowski conobbe il suo "Primo amore", la letteratura, nonchè l'alcol, seconda grande passione insieme alle corse dei cavalli e alle donne.
     Dopo il diploma si iscrisse per due anni al Los Angeles city college, frequentando a fasi alterne la gioventù nazista e quella comunista ma non arrivando mai ad interessarsi davvero di politica. La 'città degli angelì, disprezzata e amata al tempo stesso, sarà onnipresente nelle poesie e negli scritti di Bulowski, il quale pubblicherà il primo racconto intitolato "Aftermath of a Lenghthy Rejection Ship" nel 1944 sulla rivista "Story". Risale allo stesso anno la reclusione in carcere, durata 17 giorni, causata dall'accusa di renitenza alla leva militare.
     Seguirà un decennio lontano dalla scrittura, un periodo che Bukowski stesso definì "una sbronza di dieci anni" che contribuì a formare, però, le basi di tutto quello che pubblicò in seguito. Nel 1955, dopo il ricovero in ospedale causato da un'ulcera perforante, il poeta ritornò a scrivere e nel 1962 rimase traumatizzato dalla morte della donna ritenuta dai critici la sua vera musa, Jane Cooney Baker. Gli anni '60, però, furono anche quelli della relazione con Frances Smith che gli darà una figlia, Marina e l'inizio della stesura di "Taccuino di un vecchio porco", pubblicato a puntate sull'Open City di Los Angeles, sul Los Angeles Free Press e sul Nola Express di New Orleans.
     Il '69 fu l'anno della svolta. La casa editrice Black Sparrow di John Martin gli promise "100 dollari a settimana per tutta la vita". Così a cinquant'anni lo scrittore lasciò un lavoro all'ufficio postale e decise di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. Grazie alla casa editrice Black Sparrow videro la luce "A sud di nessun nord", "Storie di una vita sepolta", "Donne", "Compagno di sbronze", "Factotum", "Hollywood, Hollywood!" e molti altri titoli che gli assicurarono fama e popolarità.
     Bukowski, spesso ritenuto uno dei primi figli degli scrittori della beat generation, in realtà se ne distanzierà in parte, sia per lo stile che per i contenuti, costituendo un 'caso letterariò a sè stante. Il 9 marzo 1994, all'età di settantatre anni, morì, stroncato da una leucemia fulminante, a San Pedro, poco dopo aver completato il suo ultimo romanzo, "Pulp". La sua lapide recita: "Don't Try", un monito ai giovani aspiranti scrittori.
     Ma Bukowski, a modo suo, fu anche un mecenate. A lui, infatti, si deve la riscoperta di John Fante, altro simbolo di un'intera generazione di autori vagabondi e disperati. Spesso Bukowski difinì Fante il suo "Dio". Fra gli altri autori che lo influenzarono, tuttavia, spiccano Anton Chekhov, Franz Kafka, Henry Miller e Louis-Ferdinand Cèline. Non ultimi Ernest Hemingway e Fedor Dostoevskij. E se il primo venne immaginato dal creatore di Henry Chinaski (nome scelto per il suo alter ego letterario, che sintetizzato in Hank divenne anche il suo soprannome) "come uno che si esercitava nella danza classica dietro una porta chiusa", l'autore di 'Delitto e Castigò, sarebbe stato, invece, 'un tipo con la barba, piuttosto appesantito e con occhi fiammeggianti color verde scuro. Dostoevskij -proseguiva l'autore- lo vedo persino come uno che sbavava per le ragazzine.
     "L'uomo di Los Angeles" e le sue opere sono stati anche fonti d'ispirazione per numerose pellicole come "Storie di ordinaria follia" film del 1981 di Marco Ferreri, con Ben Gazzara, "Barfly" di Barbet Shroeder, del 1987, con Mickey Rourke nel ruolo di Henry Chinaski e "Crazy Love", diretto da Dominique Deruddere dello stesso anno e basato sul racconto "Copulating Mermaid of Venice, California" e in parte su "Panino al prosciutto". Entrambi del 2004, invece, "Bukowski: Born Into This", documentario biografico con Sean Penn, Tom Waits e Bono Vox e "Factotum", diretto da Bent Hamer, adattamento dell'omonimo romanzo e interpretato da Matt Dillon.

 

(da Il Fatto Quotidiano del 4 agosto 2010)

Io, Elvira e l’ombra di Sciascia

 

Ferdinando Scianna omaggia l'editrice: 'Rivoluzionò l'isola'


Guardavano la storia e nella storia, musulmana, romana, bizantina e di chiunque altro fosse sbarcato per poi andare via, volevano rimanere. Elvira Sellerio e Leonardo Sciascia, di fronte alle possibilità di un’isola, non fuggirono. E oggi, che a 74 anni, la prima saluta il mondo al termine di una malattia tenuta tra le pieghe del pudore raggiungendo il secondo, ricostruire i frammenti di discorso amoroso che permisero il sogno intellettuale e concretissimo di una casa editrice che a migliaia di chilometri da Milano, in Via Siracusa a Palermo, proponeva un proprio modello culturale senza compromessi, è tutto tranne che un esercizio inutile. “Inventarono, dal nulla, un miracolo”. La sintesi di uno dei più importanti fotografi del mondo, Ferdinando Scianna, 67enne, apolide di Bagheria, trascinano indietro. Alla Sicilia ventosa del 1969, l’anno in cui Elvira Sellerio trasformò l’autunno caldo in un soffio di cambiamento. Amico di Berengo Gardin, Borges e Cartier Bresson: “Ma il più caro fu Leonardo”. Scianna fu testimone a colori – “Proprio io che ho sempre sostenuto di pensare e guardare soltanto in bianco e nero” – dei primi incoscienti passi di un’impresa che amici e nemici, equamente, sconsigliavano. “Vi schiacceranno”. Si sbagliavano. Sellerio, con la copertina blu e il volume inversamente proporzionale al valore delle opere, è ancora lì. Più forte della vita, meno crudele della morte. L’autore de “Il giorno della Civetta” e Gesualdo Bufalino, Camilleri e Canfora, riflessioni, provocazioni, prodigi. Scianna vide. Ora racconta.

Cosa rappresentò Elvira Sellerio?

La casa editrice era il suo sogno. Con Leonardo parlava spesso del fatto che c’era stata una stagione importante dell’editoria siciliana e di quanto fosse fondamentale rinnovarla.

Leonardo ed Elvira, soli contro l’establishment.

Quando era a Caltanissetta, Sciascia collaborava con un editore indigeno, omonimo, ma non parente. Faceva una rivista in cui pubblicava Pasolini. Con Sellerio adottò lo stesso criterio. Per Elvira, fin dal princìpio, Leonardo diede tutto e ogni sforzo compì. Scriveva qualunque cosa. Anche i risvolti di copertina.

Anche quelli?

Mi creda. La nascita di Sellerio fu un evento a cui dedicò una passione straordinaria. Notte e giorno, senza risparmio.

Ricorda gli inizi?

Mediati dal racconto di Leonardo. Elvira la incontrai qualche volta, ma Sciascia non mi teneva a digiuno di particolari. Come tutti gli avvii, anche quello di Sellerio fu complicato e difficoltoso.
La prima volta che si videro, lui timida, lui sulle sue, parlarono di letteratura. Pasternak, il Dottor Zivago.
Lui era già Sciascia, lei non ancora Elvira Sellerio. Leonardo le offrì intuizioni considerevoli ma lei sapeva bene cosa fare. Recuperava reliquie dai cataloghi di libri perduti, sconosciuti, oppure pubblicati e poi dimenticati.

Esempi?

Mi ricordo che riuscì a far diventare un piccolo bestseller la grammatica siciliana.

Il rapporto tra Sciascia e Sellerio. Due introversioni allo specchio.

Sellerio fu un cenacolo intellettuale, nella miglior accezione del termine. Leonardo era un uomo di circolo. La mattina scriveva e poi nel pomeriggio raggiungeva la piazza. Lì vibrava il cuore del paese. Letteratura, facce, persone.

Sellerio fu la sua piazza palermitana?

Esattamente. A un certo punto, anche la Sellerio divenne una sorta di agorà. Una terra di mezzo in cui si incontravano visioni, si analizzava il mondo, e si verificava senza preavviso, il circuito virtuoso delle idee.

Una bella cosa.

Come dovrebbero essere le case editrici e come non sono più da tempo.

A Sciascia, Sellerio piaceva.

Per me una casa editrice è solo il metro che mi dà la misura dell’episodicità delle relazioni. Ho un libro, chiedo di pubblicarlo, consegno il materiale. Per Elvira e Leonardo, era diverso. Sarà stata la Sicilia di quegli anni o il verificarsi di tutte le condizioni ideali. Ma Sellerio era speciale.

Speciale come?

Piccola, libera, coraggiosa. Come sempre sono le imprese quando nascono.

Lei è stato in India, In Africa, in Bolivia. Nella Sicilia in cui Elvira Sellerio scelse di fermarsi, le capita mai di tornare?

Non la biasimo e anzi, ho capito la sua scelta. Sa come sono queste cose? Uno abbandona con propositi non concilianti: “Non mi rivedono neanche morto” e poi invece ci ripensa. Non c’è niente da fare. La mia formula? Da 40 anni tento di divorziare dalla Sicilia e quella non ne vuole sapere.

Sellerio era anche sinonimo di conduzione femminile.

Il bastone del comando era tenuto dalle donne e in quelle stanze, la letteratura sembrava fosse un privilegio quasi esclusivamente femminile. Un’anomalia paradossalmente molto sciasciana.

Non mi dica.

Sciascia oltre ad essere siciliano fino al midollo, era anche un genio. Prenda la sua passione letteraria per Maria Messina. Leonardo era generoso. Elvira Sellerio ne avrà sicuramente rafforzato le convinzioni.

Siciliano ma non cieco.

Non ignorava quella che era stata la condizione drammatica della donna nella cultura e nella vita siciliana. Aveva una sensibilità straordinaria, per queste cose, Sciascia. Elvira gestiva la casa editrice con molta perizia e tenacia, e non credo che scegliere delle ragazze per condurre la nave anche nelle difficoltà, rappresentasse una trovata per dispiacere Leonardo.

Lei conobbe Sciascia a 20 anni.

Ogni tanto ci incontravano per strada e gli chiedevano: “e’ suo figlio?” e io, per toglierlo dall’imbarazzo: “No, mi è bastato mio padre”.

Baldassarre. Un uomo duro, all’antica.

Gli confessai che volevo fare il fotografo e lui mi disse: “Di che si tratta esattamente?”. Non seppi spiegarglielo. Era troppo misterioso. Senza volerlo, papà mi aveva dato i mezzi per spandere tra noi l’incomunicabilità.

Amava le complicazioni?

Prenda “Todo modo”. Anche oggi, a distanza di quasi 40 anni, è un libro che fa paura.

Non solo.

E’ anche l’istantanea dell’ambiguità dell’universo intellettuale italiano nei confronti di Sciascia. Lo utilizzano ma non lo risolvono. Lo trattano come un sociologo. Invece Leonardo valeva Dostoevskij. Certe sue riflessioni sul male, le ritrovi solo in “Delitto e castigo”.

Cos’era esattamente la Sellerio?

Il contrario di una casa editrice militante. Una grande comune in cui ragionare di cultura. Un altra maniera di intendere il rapporto con la scrittura, con la società, con la vita.

Possibilità tramontata?

Non è colpa di nessuno ma temo di sì. Allora, fu l’ultima stagione in cui un’ipotesi del genere fu percorribile.

E uno Sciascia esiste ancora?

Non ci sono più i maître à penser , nella realtà italiana e nella cultura, quel tipo di ruolo è difficile da svolgere. A me, che ero un ragazzino di enciclopedica ignoranza, insegnò tutto. Anche l’incontro con Elvira Sellerio, credo, si svolse all’insegna di un’estrema naturalezza.

Lavorò fino alla fine?

Anche quando era a Milano, malato, Leonardo faceva il direttore editoriale. Arrivavano signori incravattati, dirigenti delle case editrici e lui: “Quel libro bisognerebbe riprenderlo”. Tutti a prendere appunti. Di corsa.

Con lui a Parigi, conobbe avventure formidabili.

Una volta mi chiese se avessi mai visto dei film pornografici. Negai e gli risposi: “Ci sono delle sale consacrate al tema”. Andammo, rimanemmo un quarto d’ora. Mi guardò sconsolato: “ce ne andiamo?”. Uscimmo.

Fu deluso?

Profondamente. Dal fatto che un mistero come l’eros, un ambito che non aveva bisogno della conferma di Freud per rivestire la sua importanza fosse così banalizzato da un punto di vista letterario. La finzione della passione lo agghiacciò: “In quella sala, il vero spettacolo osceno eravamo noi”. L’oscenità stava nel trasformare la pulsione in merce.

La curiosità dei 20 anni le è rimasta addosso?

Io invidio gli 80 anni di Berengo Gardin. La sua tenacia, la molla dell’esistenza sempre tesa. Io non ce l’ho più. Faccio solitari con le carte che ho messo insieme negli ultimi 45 anni. C’è un certo disincanto, ma è anche una questione fisica.

Si spieghi.

La fotografia per me è stata una faccenda legata al corpo. E il corpo, purtroppo, se ne va.

La descrivono riottoso alle celebrazioni.

Sciascia suscitava anche atteggiamenti di devozione anche ridicoli, per questo io non ho mai voluto partecipare ai rituali, ai club degli amici. Quando me lo chiedono, li gelo: “Sono un amico di Sciascia, ma senza tessera”.

Non ce n’era bisogno.

La nostra fu un’amicizia, non un amore. Una cosa più importante. Un vero e proprio miracolo. Nell’amore c’è sempre un interesse, qualcuno che ti vuoi portare a letto. Lo scambio delle chiavi della coscienza, invece è meraviglioso, finché non ti fanno quella porcheria che Sciascia mi ha riservato. Morire.

(da Il Fatto Quotidiano del 22 luglio 2010)


TERZA PAGINA di Gaetano Pecoraro

Dai palchi internazionali a Scampia
La musica di Yehudi Menuhin nei ghetti

Anche in Italia i volontari della fondazione che porta il nome del grande violinista tengono corsi di musica nelle scuole “difficili”

     Tra i vicoli di Scampia, tra i marciapiedi dello Zen di Palermo, in certe ore del mattino, si sente qualche nota provenire dalle aule di una scuola materna. Sono i bambini che partecipano ai laboratori del progetto Mus-e (Musique- Europe), nato per portare la musica e le arti tra i bambini, nelle scuole dei quartieri più malfamati d’Europa: 780 artisti presenti in 12 paesi europei, in Brasile e in Israele. A coordinarlo è la International Yehudi Menuhin Foundation, una organizzazione no profit nata a Bruxelles nel 1991 per volere del noto violinista Yehudi Menuhin. In Italia l’associazione quest’anno compie 10 anni, grazie all’impegno di 277 artisti in 175 scuole: 573 classi che coinvolgono complessivamente 12.424 bambini di 24 città. La sua nascita è strettamente legata alla storia del suo fondatore.
     Chi era Yehudi Menuhin? Si narra che quando Béla Bartòk sentì la “Sonata per violino senza accompagnamento” – di cui era autore – eseguita da Yehudi, rimase senza parole. Perché Menuhin – senza dubbio – è stato uno dei più grandi esecutori del XX secolo. Lui non era ancora nato, quando i suoi genitori arrivati appena a New York, cominciarono a cercare casa. Ne trovarono una vicina a un parco, che piaceva tanto alla sua mamma. Yehudi ricordava bene questa storia: “Visto l’appartamento, la proprietaria disse così a mia madre: “Mi dispiace ma io non prendo ebrei”. Un’altra casa la trovarono presto, però: “Quelle parole lasciarono un segno indelebile in mia madre”, che decise di fare un fioretto: “Il suo bambino non ancora nato avrebbe avuto un nome che avrebbe sfidato il mondo. Il suo nome sarebbe stato Ebreo, Yehudi appunto”.
     Nato a New York da genitori ebrei-russi, diventerà presto quel fenomeno musicale che sbalordirà, con il suo violino, l’America e l’Europa tra le due guerre. Un bambino prodigio, che a soli 7 anni, nel 1923, si esibisce per la prima volta con la San Francisco Symphony.
     Ma Yehudi è stato anche protagonista di storie controverse, come quando nel 1937 decise di suonare a Berlino per la propaganda nazista. Questo gesto provocò il disappunto delle comunità ebree che lo accusarono di essere un simpatizzante del nazismo. Una lunga stagione di viaggi tra Parigi, San Francisco e Londra. Poi, nell’aprile del ’45, il ritorno nella Germania “liberata” con un concerto per i deportati del campo di concentramento di Bergen-Belsen. Sarà questa esperienza a segnare per sempre la sua vita. Tornerà a suonare in Germania ancora nel 1947, sotto la bacchetta del direttore d’orchestra Wilhelm Furtwängler, diventando il primo musicista ebreo a esibirsi dopo l’Olocausto e togliendo così qualsiasi dubbio di complicità al nazismo.
     Il resto della sua storia ha come set l’India. Nel 1952, la scoperta di questa terra aprirà a Yehudi le porte della grande tradizione musicale indiana. In compagnia della moglie Diana, durante una festa, conoscerà Ravi Shankar, detto the Godfather of Sitar, con cui inizierà una collaborazione destinata a durare per molto tempo.
     Nel 1991, memore del voto fatto dalla madre, Menuhin lancia la sua sfida definitiva al mondo creando la Fondazione che porta il suo nome. Da quel momento la sua attenzione si concentra sui bambini delle scuole materne più disagiate, alla ricerca continua del talento nascosto in ognuno di loro, alla scoperta della musica come mezzo per aiutare i bambini a maturare le proprie potenzialità espressive e la propria capacità di osservazione e relazione.
     L’opera del violinista, grazie alla Ong, è rimasta tangibile e fruibile dopo la sua morte a Berlino nel 1999. Amava dire: “E’ la reazione dei bambini, la loro gioia di imparare a ballare, a cantare e a stare insieme, è questo che ci da gioia. È questo che dovrebbe guidare il mondo”.



(da L'espresso del 6 agosto 2010)
CINEMA
Miracolo, la Sicilia senza mafia
di Alessandra Mammì

Roberta Torre racconta il suo nuovo film. Ambientato alla periferia di Catania. Ma senza boss né sparatorie. E pieno di visioni pop

Non parla di mafia?... "No". "E non c'è neanche una sparatoria?"."Neanche una". "E allora signorina perché siete venuta fino qua a fare il film?". Si erano persino offesi racconta Roberta Torre, gli abitanti di Librino, ex quartiere modello alla periferia di Catania. Offesi, quasi fosse stato tolto qualcosa all'identità culturale siciliana. "Ma l'avete visto "Gomorra"?", le chiedevano. E poi: "Quello sì che era un bel film!". E giù a citare a memoria scene e battute. "Questo invece di che parla? Un miracolo? Una storia di madonne? E che c'entra Librino?". In effetti bisogna ammetterlo la domanda è pertinente. Che c'entra con una storia di santeria felicemente visionaria un quartiere nato bene negli anni Settanta (dallo studio Kenzo Tange) e finito male già negli Ottanta (80 mila abitanti contro i 60 del progetto, assordante rumore dall'aeroporto troppo vicino e una massa di casette abusive a ridosso dell'edilizia programmata)?
     "Come che c'entra? È uno dei protagonisti del film!". E ride Roberta Torre, regista allegra di natura, morbida, bella e ora molto contenta perché con il suo filmino "I baci mai dati", 80 minuti ("Non mi riesce mai di farli più lunghi"), basso budget, produzione assolutamente indipendente ("La mia Rosetta Film e Nuvola di Amedeo Bacigalupo che è un amico") nel prossimo Festival del cinema di Venezia apre Controcampo Italiano sezione patriottica e sperimentale. "Dunque", prosegue l'autrice, "solo lì, in piena estate nella periferia infuocata di Catania, in una grande città, nella città di quelle costruite senza misura d'uomo da perfidi architetti giapponesi, poteva avvenire un miracolo". Anzi più d'uno.
     Il primo è produttivo: fare un film con pochi soldi, senza la Rai e andare a Venezia. "E in Sala Grande! Il concorso mi sarebbe piaciuto, ma pazienza. Però alla Sala Grande ci tenevo tanto". Il secondo miracolo è antropologico. Aver convinto i librinoti a partecipare a un film senza la mafia e a sottoporsi ai provini. Oltre 500 facce sono passate davanti all'obiettivo di Roberta : "Volti d'altri tempi, scavati come nella pietra, con occhi neri neri, profonde rughe. Un mondo di facce. Io amo le facce e il ritratto". E si vede. Una dopo l'altra, una processione di volti bisognosi di lavoro, salute, piccole gioie e un po' di aiuto, si alternano in un potente primo piano sullo schermo per chiedere la grazia a una ragazzina adolescente che l'intero paese si convince essere una rinata Bernadette: "Ha visto la Madonna! No, le è apparsa in sogno... Macché le è apparsa: le appare, le appare ancora!".
     Terzo miracolo è la bravissima Donatella Finocchiaro nel ruolo della nervosa mamma della santa e di sua sorella Marianna, una specie di Paris Hilton di borgata concepite con Beppe Fiorello, ovvero lo sciagurato e nulla facentemarito. In tanto dissestato contesto la Finocchiaro quasi non si riconosce: bionda anzi gialla, modello Barale-Ventura, strizzata in abiti due taglie sotto il dovuto e nel primo ruolo comico della sua vita. "Io che le voglio bene le ho detto: "Donatella basta con la sicula sfigata e depressa, mo' devi far ridere"". E così l'ha scoperta una seconda volta la Torre, dopo che era stata costretta a litigare con Rita Rusic per imporla in "Angela". "L'ho trovata in una scatola di cartone spulciando disperata le foto di vecchi provini. Vista e presa: aveva la faccia giusta". Come anche giusta è la faccia di questa tredicenne catanese imbronciata (Carla Marchese) trovata in uno stabilimento balneare che interpreta la storia di una ragazzina eletta improvvisamente santa. E qui si scopre che fare la santa al Sud è un lavoro a tempo pieno. Si riceve la mattina e il pomeriggio con una breve pausa pranzo come dal medico Asl. La mamma sulla porta incassa, lei ascolta i questuanti circondata da ceri dell'Ikea, la regista dipinge un affresco corale di una commedia umana in un Sud un po' lamentoso, ma non disperato, che vive in un mondo surreale.
     Ci sono: pescatori che sciolgono le reti nella piazza di cemento di una superquadra modello Brasilia; il negozio della capera-parrucchiera (cameo di Piera Degli Esposti) tinto con i colori del primo Almodóvar; la statua della Madonna piazzata in mezzo a Librino con curve esagerate e manone che sembra più il ritratto di un trans che una pia opera alla Manzù. "Non è colpa mia. Ho un'anima pop. Vengo dagli anni Sessanta sono cresciuta con Papalla e tutti i pupazzi di Armando Testa. E poi sono anche artista faccio collage e sto sempre a paciugare." Parola ligure, spiega, che sta per "creare pasticciando"come metodo di vita e di pensiero che le ha insegnato la sua mamma genovese, mentre da parte di babbo a Milano troviamo il mitico nonno Torre che come ingegnere alla Innocenti ha inventato la Lambretta e come giardiniere dilettante la rosa blu dedicandola a Marella Agnelli. Tale nonno, tale nipote. Roberta è da lì che ha preso la felicità dei colori, i geni creativi, l'indole allegra e libertaria.
Tanto che a trent'anni scappa al Sud, s'innamora della Sicilia, comincia a lavorare con Daniele Ciprì, fa un figlio con Franco Maresco, vive per 15 anni nell'incanto dell'Isola delle Femmine a due passi dal mare: "La Sicilia mi ha insegnato tutto. Il bello del caldo, la civiltà del vivere per strada, il senso del tempo tutto diverso da quello del Nord, il succedersi degli eventi che non è vero come pensano i nordici che siano legati da causa ed effetto ma che sono invece improvvisi e senza logica". Come Librino, tutto. Con gli improbabili grattacieli da new town di fondazione che non c'entrano niente con le facce e i gesti degli abitanti. Un quartiere pensato per giapponesi disciplinati, abitato da siciliani creativi. Una cittadina di gente tranquilla, convinta che il suo momento di gloria arriverà solo con un film sulla mafia. Una comunità che ha visto il miracolo: una Sicilia fuori dai cliché che arriva al Festival di Venezia. E tanto sono grati alla Madonna, i librinoti, che hanno voluto la statua del film per murarla su un piedistallo accanto alla scuola. Meglio tenerla, non si sa mai.
    
 

(da Il Giornale.it del 5 agosto 2010)

I padri degli insulti elettorali
di Giordano Bruno Guerri

     Va da sé che un uomo di Stato, un presidente del Consiglio, non deve dare del «coglione» a nessuno, né agli amici né agli avversari. Tantomeno in campagna elettorale. È anche vero, però, che dall'altra parte Prodi ha usato la definizione ben più pesante e infamante di «delinquenza politica» per la Casa delle libertà. Il leader dell'Unione, dopo l'«ubriaco» dato a Berlusconi in diretta, ha incalzato con un più dotto ma peggiore «bugiardo compulsivo» e ha liquidato come «balle» la proposta di abolire l'Ici sulla prima casa. Il «mascalzoni» di Oliviero Diliberto gli è stato restituito pari pari dal pur posato Antonio Martino, ma lo scatenato Diliberto (ex e forse futuro ministro della Giustizia) ha stracciato tutti con «scellerati e inetti» seguito da un «pazzi e irresponsabili» e da un più preciso «Berlusconi è un pazzo, è un pazzo estremista». Appena più sfumato Massimo D'Alema, che definì Calderoli «un buffone al governo», ma ci ha pensato Violante a rincarare sul capo del Governo, «il vero eversore», naturalmente «pericoloso» di questo Paese. Per finire con Prodi che - a proposito di gentilezza verso l'elettorato, ha dato del «matto» a un ascoltatore in diretta radiofonica.
     Beninteso, anche nella Casa delle libertà non ci si sono risparmiate frasi e definizioni che ci si potevano e dovevano risparmiare, ma un equo giudizio arbitrale non stenterebbe dare la palma dell'insulto politico all'Unione. E, se non vale la pena di dibattere su quale caduta di stile sia peggiore, in una campagna elettorale che di stile ne ha poco da entrambe le parti, è il caso di ricordare che il fondatore dello sport definibile «Insulto all'elettorato» fu Umberto Eco, poco prima delle elezioni di cinque anni fa. È il caso di ricordarlo in dettaglio, anche per considerare quanto siano state - e siano - risibili alcune considerazioni politico-insulterecce della sinistra.
     Era maggio e Eco pubblicò su la Repubblica e sull'Unità un richiamo a tutti gli italiani «buoni e pensanti» perché votassero contro Berlusconi, sottolineando che avrebbero votato per il Polo gli italiani «malvagi» oppure «stupidi»: ovvero, insieme, delinquenti o coglioni. Che la lucida e pensata bassezza sia venuta dall'intellettuale italiano più famoso nel mondo mi sembra più sconsolante della gaffe di Berlusconi. Ma andiamo alla sostanza, cioè ai motivi per cui oltre la metà degli italiani, secondo lui, si sia subito dopo dimostrata malvagia e/o stupida.
     Primo motivo era che Berlusconi, controllando i sei principali canali televisivi, avrebbe inevitabilmente instaurato «un regime di fatto». Ebbene, tutti possono valutare quanto poco il capo di Forza Italia abbia controllato le tv. Riguardo al «regime», neanche nell'atmosfera più esacerbata di questa campagna elettorale, neanche nella sinistra più estrema qualcuno ha avuto l'impudicizia di pronunciare quella parola, usata a iosa e fuori luogo negli anni scorsi.
Eco proseguiva la lunga discettazione elencando le categorie dell'«Elettorato Motivato» che avrebbe votato per il Polo. Vediamole.
1 - «Leghisti deliranti» e amanti dei «vagoni piombati, uomini piccini che non vedono al di là della loro regione e non vogliono che le loro tasse siano spese per le aree depresse». Invece la Lega ha semplicemente e civilmente realizzato il programma federalista.
2 - Altri malvagi polisti sarebbero stati gli «ex fascisti», tesi a «difendere i propri valori nazionalistici» e decisi a imporre «una revisione radicale della storia del Novecento». E anche qui proprio non ci siamo, perché An non ha fatto proprio un bel nulla per una revisione qualsiasi (altro che «radicale») della storia del Novecento. Anzi, ha rafforzato i suoi distinguo del fascismo e sono stati più che moderati i suoi appelli ai valori nazionali (non nazionalistici).
3 - Nel 2001 avrebbero votato per il Polo anche i malvagi «imprenditori», convinti («giustamente») di essere i soli a trarre vantaggi fiscali dalle «eventuali» defiscalizzazioni del governo Berlusconi. Guarda caso, a cinque anni di distanza, sono soltanto gli imprenditori a capo della Confindustria (quelli «buoni»?) a lamentarsi del governo, mentre l'oggettiva diminuzione della pressione fiscale è nelle tasche di tutti, ricchi, normalstanti e poveri.
4 - L'ultima categoria di «Elettorato Motivato» polista, secondo Eco, sarebbe stata quella di chi, «avendo avuto problemi con la magistratura», sperava che il Polo ponesse un «freno all'indipendenza dei pubblici ministeri». Il blocco dell'indipendenza dei pm davvero (e in molti casi purtroppo) non c'è stato.
Dopo quello malvagio, Eco si occupava dell'«Elettorato Affascinato del Polo», quello stupido perché attratto da «ideali di benessere materiale», ma non è davvero il caso di occuparsene oltre. Neanche Eco, a distanza di cinque anni, si è rifatto vivo con le sue previsioni, apocalittiche quanto integrate, sul «regime» di Berlusconi: che, con tutti i suoi errori e difetti, ci ha almeno garantito cinque anni di libertà dal cattocomunismo, il vero pericolo di questo Paese.


(da Il Giornale.it del 5 agosto 2010)

Katyn, così l’Occidente ignorò la strage
di Alberto Indelicato

Anticipiamo qui ampi stralci dell’articolo di Alberto Indelicato «Katyn e gli occidentali » pubblicato nel numero di luglio-agosto della rivista Nuova storia contemporanea, bimestrale di studi storici e politici in edicola da oggi. Indelicato nel suo saggio ricostruisce le ragioni politiche che spinsero gli Stati Uniti di Roosevelt e la Gran Bretagna di Churchill a ignorare la tragedia.


Churchill e Roosevelt furono informati già nel ’43 del fatto che migliaia di polacchi erano stati trucidati dai sovietici Chiusero occhi e orecchie per motivi politici e militari. E l’omertà continuò a lungo anche dopo la fine della guerra

Storia della seconda guerra mondiale, Winston Churchill dedica poche pagine al massacro di Katyn. Egli racconta che ai primi di aprile del 1943 il generale Wladyslaw Sikorski, capo del governo polacco in esilio a Londra, gli riferì di avere prove certe che 14.500 militari polacchi erano stati fatti massacrare dal governo sovietico. La notizia del rinvenimento delle fosse comuni dei polacchi uccisi era stata data qualche giorno prima dal governo tedesco, le cui truppe ne avevano scoperto i cadaveri in grandi fosse comuni in varie località nei pressi di Katyn durante la loro avanzata nella zona di Smolensk. Era il territorio che l’Urss aveva occupato nell’autunno del 1939 a seguito della spartizione decisa con il patto Ribbentrop-Molotov. I primi sospetti di Sikorski risalivano tuttavia a due anni prima quando, concluso un accordo con i sovietici, i polacchi avevano avuto la possibilità di creare un’armata per combattere contro i tedeschi. Il comando era stato affidato al generale Wladyslaw Anders, tirato opportunamente fuori dal carcere della Lubianka, dove era stato rinchiuso e torturato nel 1939 dopo esser caduto prigioniero. Anders per costituire il suo esercito aveva ottenuto che fossero rilasciati dall’Urss un gran numero di soldati e ufficiali, ma si accorse che ne mancavano migliaia di altri, tra cui almeno alcuni generali, che egli conosceva personalmente perché avevano fatto parte del suo Stato Maggiore. Alle sue richieste di notizie le autorità sovietiche avevano dato risposte vaghe e contraddittorie. È vero - gli dissero - quei militari erano stati loro prigionieri, ma se ne erano poi perdute le tracce. [...] Dopo vari tentativi di ottenere risposte meno generiche tramite l’ambasciatore, Sikorski decise di affrontare la questione direttamente con Stalin, che lo ascoltò attentamente e alla fine avanzò l’ipotesi che, quando le truppe sovietiche si erano ritirate per l’avanzata germanica, quegli uomini avventurosi, rimasti liberi dopo esser stati amnistiati, forse si erano trasferiti per conto loro in Manciuria. L’ipotesi era così balzana da lasciar stupefatti. [...] La scoperta e le rivelazioni tedesche nella primavera del 1943 avevano però riaperto il caso, di cui era stato investito anche Churchill. La sua risposta al primo ministro polacco fu quasi irritata e non priva di cinismo: «Se sono morti, non potete far nulla per richiamarli in vita». In realtà i polacchi non volevano nessun miracolo, volevano soltanto conoscere la sorte dei loro compatrioti. In una lettera di quei giorni al suo ministro degli Affari Esteri Anthony Eden, Churchill scrisse: «Non dobbiamo continuare a girare patologicamente attorno a tombe vecchie di tre anni vicino a Smolensk». [...] Il 13 aprile il governo tedesco, certo della responsabilità sovietica, aveva proposto un’inchiesta internazionale neutrale, che i polacchi si dichiararono pronti ad accettare. Sikorski aveva addirittura già preso contatto con la Croce Rossa Internazionale perché procedesse all’inchiesta. Churchill tacque sull’argomento, ma è evidente che egli aveva fermamente sconsigliato un simile passo, che comunque non portò a nulla perché la Croce Rossa Internazionale pose come condizione per il suo intervento che ci fosse l’accordo di tutte le parti interessate. [...] In mancanza di un’inchiesta internazionale, i tedeschi ne organizzarono una per loro conto, ricorrendo a dodici esperti di riconosciuta autorità scientifica, nessuno dei quali tedesco. Essa infatti non poté essere composta da cittadini di Stati neutrali - rimasti pochi nell’Europa di quegli anni - ma, a parte uno scienziato svizzero, il professor Nivelle, i suoi membri appartenevano a Paesi alleati dell’Asse, tra cui l’italiano Vincenzo Palmieri, direttore dell’istituto di medicina legale dell’università di Napoli. Il rapporto finale dei dodici membri confermò all’unanimità la tesi dei tedeschi sulla base di vari elementi obiettivi, a cominciare dalla data - autunno-inverno 1939 - della morte violenta delle vittime. Tutte portavano indumenti pesanti e alcune avevano in tasca quotidiani di data non successiva al 1939. Anche una commissione della Croce Rossa polacca, autorizzata dai tedeschi a indagare, giunse agli stessi risultati. [...] Le ragioni che durante la guerra avevano spinto Churchill a ignorare la tragedia di Katyn valevano ovviamente anche per Franklin Delano Roosevelt. Tuttavia il caso di quest’ultimo è più complesso sotto diversi punti di vista. Il presidente degli Stati Uniti aveva avuto numerose segnalazioni, oltre a quelle fornitegli da Churchill e dai rappresentanti ufficiali polacchi a Washington. Il suo ambasciatore a Mosca, Averell Harriman, gli aveva segnalato già nell’inverno del 1942 - prima dunque della scoperta delle fosse comuni - la «possibilità» che i sovietici fossero colpevoli della sparizione di migliaia di polacchi. Il tenente colonnello Henry Szymanski, ufficiale americano di collegamento con l’esercito polacco in Medio Oriente, aveva fornito altre informazioni nello stesso senso al suo superiore, il generale George Strong, capo della intelligence dell’esercito americano nella regione, che le aveva trasmesse a Washington. Non si può escludere che quelle segnalazioni fossero influenzate dagli ambienti militari polacchi, ma proprio un emissario speciale per le questioni balcaniche, il capitano George Howard Earle, espressamente incaricato da Roosevelt di indagare, gli aveva fornito informazioni sicure sulle responsabilità sovietiche del massacro basate sulle testimonianze dei suoi contatti in Romania e Bulgaria. Uno, l’autorevole professore Marko Markov di Sofia, era tra gli esperti della commissione d’inchiesta nominata dai tedeschi. Earle aveva ottenuto e trasmesso persino delle fotografie delle fosse e dei cadaveri esumati. Tutto quel materiale impressionò Roosevelt soltanto nel senso che egli si affrettò a porvi il sigillo della segretezza, non senza rimproverare Earle per essere caduto in una trappola tedesca: «Non hai capito che si tratta di propaganda e di un complotto dei tedeschi? Sono assolutamente convinto - aggiunse - che non sono stati i russi a commettere il crimine». A Earle ordinò quindi di non occuparsi più della questione, neanche a titolo privato, e di non fare parola con nessuno di ciò che aveva scoperto. Inoltre lo spedì nelle isole Samoa dove l’imprudente capitano sarebbe rimasto sino alla fine della guerra. [...] Terminato il conflitto europeo, i polacchi avrebbero potuto sperare che la questione dei loro ufficiali massacrati a Katyn fosse affrontata in maniera obiettiva, cosa che si rivelò subito impossibile. Il loro Paese era stato occupato dai sovietici, che a Jalta avevano ottenuto che tutti i partiti permessi e l’opinione pubblica, la stampa, la radio, avessero in Polonia un orientamento «antifascista» e amichevole nei confronti dell’Urss.


(da la Repubblica.it del 5 agosto 2010)

Addio a Elvira Sellerio
editrice di Sciascia e Camilleri

Si è spenta a 74 anni a Palermo la fondatrice, insieme al marito Enzo, dell'omonima casa editrice. Scoprì numerosi autori di successo. Fu anche membro del cda Rai. Il cordoglio di Napolitano: "Era amica e collaboratrice".

ROMA - E' morta oggi a Palermo Elvira Giorgianni Sellerio, 74 anni, fondatrice con il marito Enzo dell'omonima casa editrice. In passato membro del cda della Rai, scoprì e pubblicò numerosi autori di successo.
     Elvira Giorgianni Sellerio era nata a Palermo il 18 maggio del 1936. Figlia di un prefetto, una laurea in Giurisprudenza, nel 1989 era stata nominata Cavaliere del lavoro dal presidente della Repubblica Francesco Cossiga e nel 1991 era stata insignita di una Laurea honoris causa in Lettere dalla facoltà di magistero di Palermo. Aveva cominciato a lavorare nell'editoria alla fine degli anni Sessanta e al 1969 risale la nascita della casa editrice Sellerio, dal cognome dell'allora marito, il fotografo Enzo, da un'idea nata parlando con Leonardo Sciascia e con l'antropologo Antonino Buttitta, amici della coppia. Il programma all'origine della casa editrice è il ritorno a una cultura che Sciascia definisce "amena", in cui cioè il cosiddetto impegno è implicito e non esplicito, quindi una cultura "della leggerezza" che non rinuncia all'eleganza, una cultura delle idee ma in forma di cose belle.
     Dopo qualche titolo nella collana d'esordio, arriva la visibilità nazionale con la pubblicazione, nel 1978, di L'affaire Moro di Leonardo Sciascia nella collana "La civiltà perfezionata". Vende più di centomila copie. Proprio al forte rapporto con lo scrittore di Racalmuto si deve il successo di una "scommessa": così Elvira Sellerio aveva più volte definito la sua "pretesa" di lanciare da Palermo una casa editrice, che si proponesse come "nazionale", scontando tutte le conseguenze di una localizzazione periferica. Dopo la separazione dal marito, nel 1983, la gestione si era separata: a Elvira narrativa e saggistica, a Enzo Sellerio i libri d'arte e fotografia.
     La casa editrice è stata premiata con il Supercampiello nel 1981 per Diceria dell'untore, il romanzo che ha fatto conoscere al grande pubblico Gesualdo Bufalino. Nel 1991 le è stato attribuito il premio "Marisa Belisario". La casa editrice si è segnalata per la sua collana "La memoria", piccoli libri dalla copertina blu che ripropongono testi apparentemente "minori", che spaziano tra classico e moderno, ma di grande spessore culturale. Ha pubblicato tutti i libri di Andrea Camilleri. Fra gli altri scrittori che hanno pubblicato con la casa editrice, anche Gianrico Carofiglio, Antonio Tabucchi, Manuel Vazquez Montalban, Alicia Gimenez-Bartlett. Il catalogo conta a oggi oltre tremila titoli.
     Le condoglianze di Napolitano. "Amica e collaboratrice". Così Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha ricordato Elvira Sellerio in un messaggio indirizzato al figlio Antonio. "E' stata donna di grande finezza e intuito culturale, editrice coraggiosa e lungimirante, animata da forte passione civile. Il senso dell'interesse pubblico con cui accettò da me e dal presidente Spadolini la nomina a membro del Consiglio di amministrazione della Rai e lo sforzo con cui si applicò a quell'impegno per lei inconsueto", ha concluso Napolitano, "rimangono un assai caro ricordo e motivo di rimpianto".